giovedì 25 aprile 2013



Cancello
Etimologia della parola

In zoologia incrocio tra un canide e uno strumento a corde quale il violoncello. Questo animale, secondo la tradizione popolare "il miglior amico dei direttori d'orchestra", viene spesso utilizzato dall'uomo per guidare le greggi o sorvegliare le abitazioni. In entrambi i casi svolge il proprio compito emettendo un suono basso e ruvido come lo strisciare di un archetto su grosse corde tese. In altri casi funge da vera e propria chiusura mobile per passaggi di varia entità, montato su cardini o perni anche elettrici.
Quando raggiunge ampie dimensioni è più noto come Gran Cancello, ma questo esemplare si trova quasi esclusivamente nell'Asia Orientale ed è in ogni caso in via di estinzione. Più diffuso anche in occidente è invece l'esemplare più piccolo, detto "Cancellino", che viene utilizzato per pulire le lavagne, grazie alla sua pelliccia spesso molto folta, oppure per delimitare piccoli cortili.

giovedì 18 aprile 2013


Catarsi

Evidentemente aveva un gran bisogno di ridere. Non che il film fosse drammatico, ma di certo non era comico, magari a tratti ironico, un po' surreale a volte, ma non da ridere.
Eppure la signora seduta due file dietro di noi si sbellicava a cadenza regolare, ogni cinque o sei minuti, su scene o battute che tutt'al più potevano generare un sorriso. Invece lei esplodeva in una risata grassa e fuori luogo che copriva parte dei dialoghi e traviava l'atmosfera del film, a suo modo anche drammatico. Fastidiosa. Prima un po', poi decisamente fastidiosa.
All'intervallo mi alzo e con noncuranza scruto la platea alle mie spalle per capire chi sia. Sbircio anche le occhiate e i gesti che si scambiano i nostri vicini, che probabilmente stanno commentando la stessa cosa, ma non riesco ad individuarla. Potrebbe essere la signora con i capelli rossi arruffati o quella vestita bene con la collana di perle che ora non parla perciò non riesco ad associarla ad un timbro di voce (anche se la risata era talmente esagerata che probabilmente non c'entra nulla con il timbro normale).
Il film ricomincia e mi siedo, sperando si sia sfogata. E invece prosegue, più divertita di prima. Attorno a noi sento rumoreggiare la gente che si lamenta ma nessuno ha il coraggio di dirle nulla. Se parlasse col vicino lo farei io, ma ad una risata cosa vuoi dire? Non la puoi mica controllare. O meglio, puoi ma sarebbe un po' crudele chiederle di non ridere. Mi viene in mente che una mia cara amica, che non vedo da un po', ha la stessa potente risata e una volta al cinema con lei ricordo che mi vergognai, poi mi passò ed iniziai a ridere sguaiato anche io. Decido quindi di mettermi nei suoi panni e provo a farmi coinvolgere. Piano piano la gente inizia a ridere della sua risata e il film prende una piega comica che forse non ha. Chissà come sarebbe rivederlo in silenzio. Uscendo dalla sala ci guardiamo attorno, cercando per lo meno di individuarla. Scendendo le scale forse capiamo chi è perché ride con il marito e la risata assomiglia, anche se non ne siamo sicuri. Ci guardiamo anche noi e sorridiamo. In fondo ci siamo divertiti.

giovedì 11 aprile 2013



Cosa trovò Leo quando entrò nella grotta che aveva scovato al centro di un bosco da secoli imperturbato e che egli aveva osato sfrondare alla ricerca della spada magica che gli avrebbe permesso di sconfiggere lo stregone che da anni tiranneggiava sulla contea dove viveva e che aveva provato a ribellarsi ma era riuscita solamente a far infuriare ancora di più lo stregone che per questo aveva punito il popolo con una maledizione che li aveva resi muti e sordi e dunque costretti a usare gesti e immagini per comunicare e per continuare una vita normale e in segreto preparare la fuga di Leo, unico in grado di portare a termine la missione grazie alla sua intelligenza e alla furbizia, poiché queste erano le sue doti, non aveva certo la possanza dalla sua, che gli avrebbero permesso di rintracciare l'arma preziosa e tornare in segreto per sfidare lo stregone il quale secondo la leggenda nulla avrebbe potuto contro quella lama, forgiata con le lacrime del fratello che egli esiliò dal regno molti secoli prima e che su di lui giurò vendetta che tuttavia non poté mai compiere poiché morì di vecchiaia mentre il fratello sopravviveva ai decenni grazie alle sue pozioni e agli incantamenti, i quali lo avevo reso sapiente ma spietato, dotto ma terribile e sanguinario tanto che ogni uomo o donna o bambino si augurava la sua sconfitta per poter tornare finalmente ad una vita libera?

Niente.

venerdì 5 aprile 2013


Cappotto

Avevo comprato un cappotto usato in un negozio di Roma, vicino al Pantheon, nel quale andavo spesso. Mi ricordava tanto un cappotto che avevo una volta ma che non ricordo come avevo smarrito, o forse lo avevo dato via perché non lo mettevo più. Ero molto contento del mio acquisto e tornai a casa di buon umore quel giorno.
Nei mesi successivi tuttavia misi poco quel cappotto. Non so, non mi piaceva più come quando lo avevo comprato, non mi ci vedevo più. Ogni tanto lo vedevo lì appeso, mi obbligavo quasi a indossarlo, ma poi rinunciavo, sentendomi in colpa.
Qualche rara volta lo mettevo, per andare a qualche festa a tema, ma mi sentivo sempre a disagio. Dopo qualche tempo notai che addirittura mi ammalavo ogni volta che lo indossavo, e io non mi ammalo spesso. Un raffreddore, la febbre, una lieve polmonite, una o due volte all'anno mi capitava qualcosa e succedeva sempre quando indossavo quel cappotto!
Un giorno, dopo averlo ritirato dalla lavanderia, mi accorsi che aveva una taschina nascosta nella fodera, all'altezza del cuore. Infilai due dita dentro il taglio, ci passavano appena quelle, e trovai un pezzetto di cartone umidiccio con scritto sopra un indirizzo, quasi illeggibile. Lessi l'indirizzo alcune volte poi gettai il cartoncino e non ci pensai più.
Dopo qualche tempo, forse un anno, mi trovai a passare per un quartiere nel quale non andavo mai e quando trovai la via che stavo cercando mi tornò in mente che era la stessa segnata su quel cartoncino. Tornando a casa decisi di allungare un po' il giro per passare di fronte a quell'indirizzo e vidi che si trattava di una macelleria. Senza sapere bene perché decisi di parcheggiare ed entrare. C'era una signora che stava pagando alla cassa e uscì poco dopo. Il macellaio, un signore sulla sessantina, mi sorrise, chiedendomi cosa volessi. Io non volevo nulla e allora lui mi chiese se mi servivano indicazioni. Dissi di no e gli spiegai che avevo trovato l'indirizzo di quel luogo in un vecchio cappotto e che siccome ero da quelle parti avevo deciso di fermarmi un momento.
Quando nominai il cappotto il macellaio, fino a quel momento gioviale, si fece di colpo serio e si affrettò a salutarmi, augurandomi buona giornata. Perplesso tornai a casa e per un po' dimenticai quell'episodio.
Tornato da quelle parti qualche settimana dopo per una commissione notai che la macelleria aveva chiuso e al suo posto c'era un minimarket pakistano. Dispiaciuto decisi di proseguire e mi allontanai, avvilito.
Il cappotto rimase a lungo nell'armadio, fino a quando non lo vide un amico che mi era venuto a trovare e che non vedevo da tanto tempo. A lui stava proprio bene e decisi di regalarglielo, anche se non stetti a raccontargli la strana sensazione che mi dava. Pensavo che fosse solo una mia impressione e non volevo turbarlo.
Circa tre mesi dopo chiesi a quel mio amico del cappotto e mi disse che non lo indossava mai, che da quando glielo avevo dato si era rotto una caviglia, aveva perso il lavoro e la sua ragazza lo aveva lasciato. Gli chiesi se avesse dato via il cappotto e mi disse che lo aveva infilato un uno di quei bidoni per la raccolta di abiti usati.
Cinque anni più tardi tornai nel negozio vicino al Pantheon, nel quale non mettevo piede da tempo. Giravo tra le pile di vestiti senza divertirmi a frugare in cerca di qualcosa di carina come un tempo. Ero turbato dall'inquietante timore di ritrovare quel cappotto appeso da qualche parte. Dopo una ventina di minuti mi rasserenai e trovai un paio di magliette carine, le provai e decisi di comprarle. Andai alla cassa, di nuovo di buon umore, e sorrisi alla cassiera. Pagai e mi diressi verso la porta. In quel momento mi accorsi di aver lasciato gli occhiali da sole in camerino e tornai indietro, sperando che fossero ancora lì. Il camerino era occupato e attesi. Poco dopo uscì un ragazzo sulla trentina, con dei folti baffi e i capelli lunghi, il quale mi fece un cenno col capo per farmi capire che potevo entrare. Gli occhiali erano ancora lì. Li presi e tornai verso l'uscita. Il ragazzo di prima era alla cassa e stava digitando il codice del bancomat mentre la cassiera infilava il suo acquisto in una grande busta di carta rossa.
No, non stava comprando il cappotto.
Ma quel cappotto lo vidi in una foto sul giornale accanto ad un articolo sui senzatetto. Un barbone morto dal freddo lo indossava, steso a terra accanto all'ambulanza.


giovedì 28 marzo 2013


Mattino
Etimologia della parola

Personaggio sociopatico e con una visione bizzarra del mondo che lo circonda, solitamente isolato dalla società. Non è mai di statura superiore al metro e cinquanta ed è possibile vederlo solamente tra l'alba e il mezzogiorno. Date le poche ore di operatività concessegli è sempre molto indaffarato, svolge più attività contemporaneamente e non smette mai di parlare, accavallando spesso i discorsi e ne lascia molti in sospeso. Negli Stati Uniti vive in comunità controllate ma negli altri continenti di solito vive libero e dunque non è possibile quantificarne il numero, nemmeno approssimativamente. In alcune nazioni dell'Africa subsahariana e dell'Oceania occupa ruoli di prestigio all'interno della società e viene consultato come un saggio o un oracolo.

giovedì 21 marzo 2013


Barbiere


Un paio d'anni fa scrissi un racconto ispirato ad un barbiere della mia città, un signore molisano gioviale e molto gentile, tradizionale e uno degli ultimi a prezzi onesti. Quando ebbi la certezza che il racconto sarebbe entrato a far parte di un romanzo collettivo andai da quel barbiere, che mi conosceva solo di vista, mentre io di lui sapevo molto, per portargli una copia del racconto. Trovai il negozio chiuso per malattia. Tornai dopo una settimana e vidi la serranda mezza abbassata. Sbirciando dentro scorsi una ragazza. Mi aprì spiegandomi che era passata a dare l'acqua alle piante perché il negozio sarebbe rimasto chiuso per un po' dato che suo padre non stava tanto bene. Spiegai alla ragazza il motivo della mia visita e le lasciai una copia del racconto, dicendole che il protagonista era ispirato a suo padre. Lei lo prese e mi fece entrare, con un sorriso commosso. Mi spiegò che il padre aveva iniziato ad avere problemi di memoria, faticava a fare i conti ed aveva scoperto di avere un tumore al cervello. Forse sarebbe tornato, ma prima doveva operarsi. Le dissi che dopo qualche settimana avremmo presentato il libro e ci scambiammo i numeri. Mi promise che sarebbe stata presente alla serata.
In effetti venne, con il marito, i figli e la madre ma suo padre non se la sentiva di uscire. Quella sera non ebbi modo di leggere il racconto del barbiere ma loro furono molto contenti ugualmente e mi ringraziarono. Mi ripromisi di leggerlo alla presentazione successiva, che avremmo fatto sempre in città qualche tempo dopo, così forse il padre sarebbe venuto.
Alla seconda presentazione la famiglia del barbiere non venne, come molti altri, poiché nevicò come non accadeva da decenni e in platea c'era appena una dozzina di amici. Qualche settimana dopo tornai al negozio e trovai il barbiere con la figlia. Lei gli spiegò chi fossi e lui sorrise, facendo un cenno con la mano. Conoscendo la sua parlantina, vederlo così silenzioso mi dispiacque molto. Nelle settimane successive il negozio rimase chiuso e i cartelli scritti a mano che si alternavano sulla serranda procrastinavano sempre di più il ritorno del barbiere. Ad ogni acquazzone venivano riscritti ed ogni volta la famiglia ringraziava gli amici e i clienti che si erano interessati alla salute del barbiere.
Qualche mese più tardi il negozio venne messo in vendita.
Dopo circa un anno andammo a cena in un ristorante del centro che aveva cambiato gestione da poco. Saremmo andati in bicicletta ma era freddo e minacciava pioggia. Prendemmo la macchina sperando in un parcheggio vicino. Ci rassegnammo a dirigerci verso la piazza quando vidi all'improvviso un posto vuoto tra una macchina e un paletto. C'era poco spazio ma riuscii con un paio di manovre a mettermi dentro le righe. Non avrei mai sperato di trovare posto in quella via e così vicino al ristorante. Appena scesi dalla macchina buttammo l'occhio ai manifesti degli spettacoli, accanto ai quali vi erano alcuni annunci funebri. Il primo in basso a destra era quello del barbiere, ed era di qualche  giorno prima. Ho scritto subito un messaggio alla figlia, dicendole che avevo saputo in ritardo e che mi dispiaceva. Suo padre avrebbe lasciato certamente un bel ricordo in tutti noi.

giovedì 14 marzo 2013


Treno


C'è una coppia di ventenni, lui di Vico Equense, lei di Bondeno, che si prendono in giro sui rispettivi accenti. Sono innamorati e stanno andando a conoscere i genitori di lei. C'è un cileno basso e piazzato con i capelli lunghi, nerissimi, raccolti da un elastico rosso. Ascolta negli auricolari musica sudamericana solo strumentale, che a me pare tutta uguale, ad un volume assurdo e muove ritmicamente la testa e il piede, inguainato in una scarpa da ginnastica nera e lucida. Guarda dal finestrino la nebbia fitta, come per sfondarla, ma non la vede, assordato com'è. C'è un signore sgangherato che ha sbagliato treno. Ma non se ne preoccupa, scenderà tra un paio di fermate. C'è una ragazza che è partita senza avvisare i suoi amici che dovrebbero venirla a prendere alla stazione. Allora chiama suo padre, che chiamerà il suo ragazzo, che chiamerà i suoi amici, sperando che siano liberi. C'è una signora senegalese agghindatissima, con collane, braccialetti e vestiti colorati. Canticchia sottovoce e il suono si confonde con il rullio del motore. C'è il controllore dall'accento riminese che non chiede il biglietto ma saluta tutti e ad ogni fermata fischia nell'oscurità, risvegliando i paesini assopiti.

giovedì 28 febbraio 2013


Amici


Devo sostituire, per un paio d'opre, un allenatore di pallacanestro con dei ragazzini di dodici anni. Torno dopo tanto tempo dove mi allenavo anch'io, alla loro età. La palestra è piccola, ci sta appena un piede tra il bordo del campo e il muro e la vecchia area del tiro da tre non arriva fino a fondo campo. Il pavimento è lo stesso linoleum verde di dieci anni prima.
I ragazzi sono tanti ma abbastanza disciplinati. Tra di loro c'è anche un ragazzo down, che tutti chiamano Bengi. Bengi è bravo. Passa la palla, corre, fa qualche fallo ma solo perché è un po' scomposto. Gli altri lo sanno e non se la prendono e cercano di coinvolgerlo nel gioco il più possibile.
Facciamo un po' di riscaldamento, poi qualche esercizio e infine una partitella.
Ad un tratto Bengi va in bagno ma non torna. Allora lascio i ragazzi a giocare ed entro negli spogliatoi. Apro la porta delle docce e vedo Bengi che si è tolto i pantaloni e sta roteando in aria le mutande piene di cacca.
Chiudo la porta e torno in palestra. Fischio e chiamo a me i ragazzi. Prendo Filippo e Marta, che mi sembrano i più svegli ed autorevoli, e li incarico di fare da giocatori e arbitri perché Bengi ha bisogno di me. Loro annuiscono, non deve essere la prima volta che accade, prendono la palla e fanno giocare i loro compagni.
Torno in bagno e la situazione non è cambiata. In più però Bengi sta gridando: "Seeeeee!".
Riesco a placarlo poi lo riporto in bagno e lo lavo. Trovato il suo zainetto lo asciugo con un asciugamano che per fortuna ha dietro. Però non ha un cambio. Gli metto i miei pantaloncini e io rimango con la tuta. Prendo le sue mutande e i pantaloncini imbrattati e li incarto come posso in un sacchetto di plastica che trovo nella cesta dei palloni. Metto il sacchetto in bagno in attesa che arrivino a prenderlo. Intanto i ragazzi in palestra finiscono la partita mentre Bengi li osserva dalla panchina.
Alla fine delle due ore arrivano i genitori di Bengi ai quali racconto sorridendo l'accaduto. Loro lo rimproverano un po' ma alla fine non lo sgridano troppo. Prima di andare via Bengi mi abbraccia e mi dice: "Amici...".

giovedì 21 febbraio 2013


Renon (2)
Canederli


Decidiamo di andare a cena nel paesino più basso dell'altopiano, arrampicato attorno e sopra la piazza della chiesa, in mezzo ai filari di vite belli carichi. C'è una sagra, sei o sette stand appena, e la banda di Vanga, composta da soli uomini in abiti tipici tirolesi, che probabilmente raccoglie tutti gli esemplari maschi del paesino, che scopriamo contare due centinaia di abitanti, e qui saranno cinquanta.
Arriviamo presto e compriamo qualche formaggio e dello speck pregissimo di malga. In realtà non siamo qui a caso. Sappiamo che gli stand sono gestiti da alcuni dei più rinomati ristoranti del luogo che per l'occasione preparano pietanze più semplici su piatti di carta o vaschette di plastica, per promuoversi. In pratica si mangia benissimo, spendendo poco, in un clima tranquillo da festa di paese altoatesino.
E' tutto ottimo. Il risotto, i canederli di formaggio, le crepes, il gelato con le fragole. Ma poi arriva la bomba.
Sulla colonna di uno stand di legno scuro, il più grande e rifinito di tutti, è appesa una lavagnetta che recita: canederli dolci, due euro l'uno. Li proviamo.
Dei canederli in realtà hanno solo la forma e apparentemente la consistenza, ma dentro è tutto diverso. La forchettina di legno spacca la pastella fragrante, e ne fuoriesce, lento e denso, il ripieno di ricotta. Il primo boccone è nel complesso dolce e tiepido. Intanto si fa largo il cuore caldo di albicocca. Il secondo boccone è divino. Con molta, molta calma li finisco. Ce ne starebbero altri due, ma l'apoteosi deve fermarsi qui.

giovedì 14 febbraio 2013


Grondaie

Davidino parla con le grondaie. E i lampioni, i tubi, gli spigoli dei palazzi. Lo puoi vedere quasi tutte le mattine in Piazza della Libertà, ben vestito, con cappotto firmato, coppola e sciarpa rossa. Si ferma a metà della piazza, di fronte alla banca, ed inizia a chiacchierare con la grondaia della Prefettura. Le porge domande, ride alla risposte, si arrabbia quando non è d'accordo. Poi saluta la grondaia dicendole: "Sei forte te!" e prosegue, sguardo basso, verso una meta che solo lui conosce. Ad un tratto si ferma di fronte ad un lampione in ghisa, alza la testa come se avesse rivisto un vecchio amico, lo saluta a voce alta, ride sguaiatamente poi inizia una nuova conversazione accorata e serissima. "Sei forte te!" e se ne va, voltando l'angolo. Se lo segui per un po' ti accorgi che impiega ore per attraversare il solo centro storico. A volte torna indietro, a volte passa oltre alcuni vecchi amici senza nemmeno considerarli. Non lo fermano la pioggia, il vento, le manifestazioni. Al termine della mattinata si dilegua, mentre i negozi chiudono per il pranzo. Al pomeriggio non lo vedi quasi mai. Ma sai che il mattino seguente ritornerà.
Sembra una canzone di Guccini.

giovedì 7 febbraio 2013


Storione
Etimologia della parola

Pesce cantastorie d'acqua salata o più raramente dolce. Molto apprezzato dai suoi simili, soprattutto dai cetacei, in quanto ha sempre pronta una storia incredibile da raccontare. Molto spesso è egli stesso il protagonisti di tali storie, e altrettanto di sovente esagera nel raccontarle, e per questo viene amabilmente canzonato. Come quella in cui una volta è stato pescato da un uomo di tre metri. O l'altra in cui è stato fuori dall'acqua per due giorni. Esiste pertanto un modo di dire che lo riguarda, oramai diffuso dall'Adriatico al Mar Giallo. "Sei uno storione" o "Non fare lo storione" o, almeno in Romagna, "Fat sturiò'!" oppure "L'è propi un sturiò!". Al di là dell'ironia, lo storione è tuttavia conteso ai ricevimenti e invitato alle manifestazioni importanti poiché intrattiene i commensali e il pubblico come nessun'altra creatura acquatica. Cogliamo dunque l'occasione, nel descrivere questo lemma, per sensibilizzare l'uditorio alla critica situazione degli storioni, minacciati di estinzione dall'avvento di aggeggi elettronici che permettono di avere storie sempre a portata di mano o addirittura già lette da altri per voi. Le storie, per quanto possano essere gonfiate, fatevele raccontare dal vivo, che è meglio.

giovedì 31 gennaio 2013


Invece

Te ne stai seduta lì, al margine della piazzetta, appena al di là degli ultimi tavolini, ma in vista. C'è una panca di legno che sbuca dal muretto ma tu stai seduta sul muretto, a gambe incrociate, il portatile sulle ginocchia. Ti accendi una sigaretta e getti uno sguardo alla piccola folla che chiacchiera e beve di fronte e dentro al bar. Tu li hai visti, loro ti hanno vista, ma stai in disparte per darti un tono. Forse non avevi nemmeno voglia di fumare, ma lo fai. In realtà non avevi nemmeno bisogno di aprire il portatile, ma penseranno chissà perché esce di casa per poi isolarsi dietro a uno schermo, e questo ti dà un aria di mistero e anche un po' antipatica. Ma del resto non vuoi piacere per forza. Saluti con un cenno alcune persone con le quali vorresti parlare e ridere, ma sei in un momento intimista depressivo autolesionista nel quale vuoi restare ancora per un po'. Passi svogliata il dito sulla tastiera. Ogni tanto sollevi lo sguardo per vedere se qualcuno ti guarda e per ribadire che tu là in mezzo non ci vuoi andare, che in quel luogo non sei a tuo agio. Rimani al margine, dove stanno i segreti. Hai freddo, ma indossi una maglietta scollata, dei pantaloncini molto corti e una pashmina scura. Sempre perché. Finita la sigaretta ti alzi e sgusci fino al banco, ordini una birra piccola e saluti il barista con un cenno del capo, poi riprendi il tuo posto, fissando le crepe sul ciottolato avorio. Un ragazzo si avvicina e ti saluta, rovinando il quadretto che avevi impiegato una buona mezz'ora a creare. Lo tratti quasi male e lui se ne va presto, lasciandoti di nuovo sola. Finisci la birra, riprendi il computer e te ne vai dal vicoletto, anche se in realtà così allunghi il giro, ma attraversare la piazzetta proprio non è da te.

giovedì 24 gennaio 2013

Contro-storia

In realtà non c'è mai stata nessuna guerra. Non sei mai partito ventiduenne dal tuo paese per andare a combattere al fronte. Non hai viaggiato stipato in un treno assieme a degli sconosciuti, non hai mai avuto sete e fame, non hai avuto freddo. Non hai sparato invano contro un nemico senza volto, non sei stato preso prigioniero. Non hai mangiato bucce di patate, non hai rosicchiato ossa rancide. Non hai tenuto un diario su dei fogli rubati e segnati con un lapis di carbone, non hai cercato la luce del giorno tra le assi umide della parete. Non hai pianto, non hai scavato, non hai visto morire i tuoi compagni. Non ti sei consumato, non hai perso la speranza. Non hai atteso in vano. In realtà non sei morto. In realtà non sei mai nato.

giovedì 17 gennaio 2013


No golf

Abitavo al n.87 di Craiglockhart Terrace, nella periferia ovest di Edimburgo. Vivevo con due ragazze australiane, una coppia spagnola, un'altra ragazza spagnola, un quarantenne scozzese quasi alcolista e un ragazzo pallidissimo e sempre vestito di nero, del quale non seppi mai nulla e che tutti chiamavamo “Il fantasma”. All'inizio non avevo ancora molta confidenza e siccome ero nettamente l'inquilino più giovane, me ne stavo spesso da solo e mi inventavo cose da fare.
Lungo la strada per tornare a casa con il bus diretto a Torphin passavo sempre accanto ai Brunsfield Links, un piccolo prato nel cuore della città con 18 brevi buche da golf. Al limitare del campo c'era una casetta di legno dipinta di rosso scuro con appese le regole del campo e una piccola mappa delle buche. Ognuno poteva giocare liberamente, purché rispettasse le regole e ovviamente si portasse le proprie mazze e le proprie palline.
Dopo circa due settimane che ero lì, dato che faceva bel tempo, decisi di entrare in un charity shop a caso, e per tre pounds comprai due mazze, un ferro medio e un putter, e due palline.
Andai al campo da golf ed iniziai a tirare le palline. Non avendo mai giocato ero molto scarso, però mi divertivo abbastanza. Alla quinta buca iniziò a piovere di brutto e fui costretto a interrompere la mia prima solitaria di golf. Forse era un segno, forse mi si stava dicendo che non ero ancora pronto per il gioco, nemmeno per i Links.
Nei giorni seguenti decisi quindi di allenarmi e siccome proprio di fronte a casa c'era un'enorme prato ben curato, mi misi a tirare palline, per ore ed ore. Passai così alcuni pomeriggi fino a quando non mi sentii pronto per tornare ai Links.
Ad un tratto, quando avevo deciso di fare gli ultimi tiri (oramai riuscivo a lanciare con precisione oltre i trenta metri) vedo un ragazzo ben piazzato tutto vestito di bianco, con i guantini e la coppola che mi corre incontro dall'altra parte del prato, saranno stati trecento metri, agitando le braccia e urlando qualcosa. Io non capisco e piazzo un altro lancio. Vado a recuperare la pallina e quando torno indietro l'uomo mi ha quasi raggiunto. Ora capisco cosa mi sta urlando: “No golf! No golf!”. Quando vede che ho finalmente sentito si ferma e mi guarda, ma è ancora a un centinaio di metri. Io che non capisco perché non posso lanciare gli urlo “Tell me why?!” e lui, con grandissimo garbo mi urla “It's a cricket pitch!”
Con riluttanza alzo una mano, in segno di scusa, raccolgo le mie palline, recupero anche l'altra mazza e torno verso casa.
Ero contrariato. Per quasi una settimana mi ero allenato e nessuno si era mai presentato a giocare a cricket. Ero sempre rimasto nel bordo del campo, vicino alle case, e da lì nemmeno si vedevano le linee bianche dei campi da quanto ero lontano.
Più tardi scoprii che stavo lentamente dissodando i Craiglockhart pitches, i campi di riserva del Watsonians Cricket Club, che si trovava dall'altra parte della ferrovia. Quella sera riposi le mazze, deciso a trovare un altro prato nel quale allenarmi.
Il mattino seguente vicino alle case dove di solito mi esercitavo campeggiava un cartello con scritto “No golf”.
Vi passai oltre, sbirciando dentro le finestre per vedere se qualcuno mi stesse osservando, se qualcuno mi avesse riconosciuto. Quel cartello era lì per colpa mia.
Non ripresi più in mano le mazze. Non tornai mai più ai Brunsfield Links. Ma ogni giorno li vedevo scorrere accanto al bus n. 10 e ogni giorno mi ricordavo della piantina del parco che avevo piegato e riposto nel cassetto della scrivania. E credo che sia ancora lì.

giovedì 10 gennaio 2013


Arturo Provvisorio

“Ciao come ti chiami?”
“Arturo. Provvisorio...”
“Capisco. Io Marcella, definitivo.”
“Beata te...”

Arturo una volta si chiamava Deserto, perché è li che era nato. Anche suo padre si chiamava Deserto, mentre sua madre si chiamava Oasi. La legge del sultano prevedeva che ognuno avesse il nome del luogo in cui era venuto al mondo. Quando il sultano morì senza eredi e fu possibile cambiare nome, molti non lo fecero, abituati ormai com'erano al proprio, ma Arturo sì.
Dapprima decise di chiamarsi Oasi, poi Savana, poi Foresta. Non contento di avere nomi che anche altri che conosceva avevano, scelse quindi parole di luoghi che aveva visto ma che non esistevano dove viva lui. Pensò a Montagna, poi Mare, poi Neve, poi Città. Stanco dei nomi di luogo si chiese se nessuno fosse mai nato in cielo, ma pensando agli uccelli decise che fosse possibile e allora si chiamò Cielo. Che comunque era un luogo, in qualche modo, e Arturo voleva di più. Passò da Sasso, poi Sedia, Triangolo, Felicità, Ipotesi, ma anche questi nomi riconducevano sempre a qualcosa. Dopo molti mesi e molti nomi Arturo ebbe l'idea di inventarsi un nome, e fu Gnarz. Ma non gli piaceva il suono. Pensò ad altri nomi ma si accorse che scartava tutti quelli che suonavano male e teneva solo quelli belli da pronunciare e anche questo non gli piaceva. Prese così delle lettere a caso e venne fuori Nxnmausdhjc, che però era impronunciabile. Poi finalmente Arturo trovò un nome che gli piaceva ma un imperatore prese il potere e decise che i nomi sarebbe stati assegnati dal suo governo. Il nome affibbiato tuttavia avrebbe avuto un periodo di prova, durante il quale ognuno poteva abituarsi e vedere come gli stava. Dopodiché sarebbe stato possibile fare al massimo due richieste di cambiamento. Arturo era al primo nome, ma ancora non era sicuro che gli piacesse.

“E come vorresti chiamarti?” gli chiese Marcella.
Arturo ci pensò un po', ma il realtà conosceva da tempo la risposta.
“Deserto.” disse.

giovedì 3 gennaio 2013


Piedi

Jasper Helbow aveva finito di disegnare "Jennar" il protagonista del nuovo cartone animato della Xartax. L'unico problema era che aveva i piedi. Era perfetto: simpatico, accattivante, vestiti perfetti, colori perfetti. Ma non indossava le scarpe. Il che era del tutto concepibile trattandosi di un energumeno quasi primitivo in lotta contro gli orchi della foresta.  Ma la casa di produzione non era intenzionata a spendere tutti quei soldi per avere schiere di disegnatori che "perdessero tempo" sui piedi. Scontornarli, muovere le dita una ad una, ombreggiare l'incarnato. Decisamente troppo tempo e troppo denaro. Meglio le scarpe. Assurde ma molto più economiche. Jasper Helbow si rifiutò di modificare la sua creatura e lasciò l'incarico per il quale aveva già un contratto da due milioni di dollari. E solo per la storia delle scarpe. La Xartax fece comunque il cartone, ma non ebbe il successo sperato.
Helbow decise di farne una sua versione ma non aveva abbastanza soldi. Vendette la casa e tutto quello che poteva vendere. Dopo un paio d'anni di lavoro si ammalò gravemente e morì nel giro di pochi mesi. Suo figlio proseguì l'opera e riuscì a completare il lungometraggio in tre anni grazie alla donazione di una fondazione anonima. Quando venne ultimato, all'inizio degli anni duemila, era già obsoleto, superato in tecnologia dalla computer animation che oramai spadroneggiava da tempo. Ma "Jennar del bosco" ora esiste ed ha i piedi. Ed è un gran bel film.

giovedì 27 dicembre 2012


A.G.

Finale del campionato provinciale di pallacanestro. La solita da anni. Loro sono sempre troppo forti, proprio un altro livello e ci prepariamo a prendere la consueta botta di punti. Il loro capitano è A.G., un bulletto nemmeno troppo alto (che però, bisogna riconoscerglielo, salta come un matto), tutto ingellato e con il codazzo di tipine che lo vengono a vedere. I suoi compagni di squadra lo venerano e lo proteggono e ci minacciano dalla panchina, nell'indifferenza dell'arbitro e dell'allenatore. Come al solito lo marco io.
Dopo il primo tempo stiamo già sotto di venti e le cose non sono destinate a migliorare. Tre dei nostri hanno quattro falli e difendono con la mano leggera per non finire subito fuori. A.G. ha fatto una quindicina di punti, messo a segno tre o quattro stoppate, rubato otto palle e si è guadagnato un fallo tecnico dopo aver spinto sotto canestro il nostro lungo il quale, dato che l'arbitro non fischiava, lo ha spinto per terra. A.G. se la rideva.
Manca poco alla fine, abbiamo finito la panchina per falli, io sono ancora in campo ma ne ho quattro anche io e sto addosso ad A.G. cercando di limitarlo, ma nulla più. Mette a segno una tripla, poi mi infila in entrata con un sottomano comodo comodo. Mi guarda negli occhi da pochi centimetri e ride. Bravo.
Nell'azione seguente la palla ce l'ha ancora lui, è al limite dell'area piccola e vuole entrare. Sento il lungo dei loro che mi si preme addosso e tenta un blocco ma io lo aggiro proprio mentre A.G. parte di destro, dritto per dritto. Io sono un pelo in ritardo ma recupero e cerco di rubargli il pallone mentre sta ancora palleggiando. Ma non ci arrivo. A.G. inizia il terzo tempo. Palla in mano, destro, sinistro, stacco. Si prepara ad appoggiare la palla al tabellone in sottomano, come se li sotto ci fosse solo lui. Allora ci provo.
Mi rendo conto che con la mano destra non ci posso arrivare, farei fallo di sicuro. Allora faccio un terzo tempo da mancino. Sinistro, destro, stacco. Allungo il braccio sinistro, che non è il mio, salto come non mani e gli sono di fianco. Lui mi vede con la coda dell'occhio ma oramai è in aria, ha impostato il movimento e non può fare molto. Io spingo la spalla più in alto che posso, protendo le dita e proprio mentre la palla si stacca dalla sua mano arrivo io a palmo aperto, impatto il pallone con tutta la forza che ho e lo e sparo in tribuna.
Quando atterriamo lui mi guarda, incredulo. Io ansimo e lo fisso.
Quel giorno abbiamo perso di quarantadue punti. Ma io ho stoppato A.G..

giovedì 20 dicembre 2012


Benny

Era l'unico gatto tigrato che io abbia mai visto ad avere la punta della coda bianca. Sembrava un cane. Dormiva con me, si faceva fare di tutto, non graffiava, non era un ruffiano. Ogni giorno gli aprivamo la porta, lui usciva per andare sui tetti e poi rientrava sempre prima di cena. È stato con noi per alcuni anni, poi un giorno è uscito e non è più tornato. Mi dissero che era andato a morire, forse sulle vecchie mura in rovina vicino a casa nostra. Mi dissero che i gatti sentono quando è il momento, come i capi indiani, e se ne vanno per morire in pace e non farsi più trovare. Io lo capivo, ma non mi andava bene.
Per settimane ricevetti le sue cartoline, dalle più belle capitali d'Europa. Roma, Parigi, Londra. Arrivavano alla mia buchetta personale, fatta di cartone, che stava sotto il letto di ferro azzurro. Erano scritte con grafia incerta, ma dicevano che stava bene, che si era sposato e che ci salutava. Chissà come faceva a trovare sempre cartoline di Ravenna...
Poi un giorno decisi di smettere di ricevere cartoline. Arrivò un altro gatto, ma non era come lui. Rimase poco perché non sembrava trovarsi bene.
Da allora non ci furono più gatti e le vecchie mura vennero chiuse perché pericolanti.

giovedì 13 dicembre 2012

Tu non sai chi sono io

Ho montato il video del tuo matrimonio nel buio di uno stanza e non ci conosciamo. Ti ho visto in volto cento volte, con decine di espressioni diverse. Ti ho visto serio in abito scuro, sorridente in camicia, sudato mentre ballavi, compiaciuto nel tagliare la torta.
Attendo di attraversare sul marciapiede e una macchina verde si ferma. Sei tu, che gentilmente mi fai passare. Faccio un cenno di ringraziamento con il capo. Ti vedo, ti riconosco, ti faccio un sorriso come fossimo vecchi amici. Vorrei alzare una mano e salutarti come si fa con un parente, però mi trattengo ma continuo a fissarti. Tu non capisci, ti volti a parlare con tuo figlio, che ti chiama dal sedile posteriore. Te ne vai e non sai chi sono. Solo ora sollevo la mano e la agito per salutare nessuno.

giovedì 6 dicembre 2012


La stanza dei là

C'è una stanza in fondo al corridoio nella quale giacciono manufatti di varia natura. Indumenti, penne, libri, segnalibri, scatole vuote di medicinali, monete, lettere, buste, biglietti da visita, creme, profumi e molto altro. È chiamata la stanza dei là perché è stata pensata perché uno possa aprire la porta, gettare dentro l'oggetto che non sa dove mettere e poi dire (o almeno pensare) in tutta serenità: “Là!”.
È una stanza priva di luminarie o di finestre, enorme, forse addirittura infinita (due spedizioni internazionali e una di norvegesi sono partite per delimitarne i confini ma ancora nessuna ha fatto ritorno) e dal suo interno non proviene alcun rumore. Solo di notte, ma non sempre, pare che qualcuno stia russando, ma in lontananza.
L'unico problema è che la stanza si muove. Può rimanere anche per un mese intero accanto al bagno, poi da un giorno all'altro si piazza vicino allo studio o cambia di posto con la cucina. Ma del resto è il suo bello. Perché sai che potrebbe non essere dove te l'aspettavi, ma sei sicuro che la stanza dei là ci sarà sempre.

giovedì 29 novembre 2012


Non ci si lascia di giorno

Nessuno innaffiava più la felce da diversi giorni e il caldo era opprimente. Marta e Andrea avevano i gomiti appoggiati alla balaustra e guardavano la gente passare, quasi venti metri più sotto.
– Mi hai molto deluso, sai Andrea?
– Perché ti ho lasciata?
– No. – rispose Marta, voltandosi verso di lui - Perché lo hai fatto di giorno. Non pensavo che avessi così poca stima di me.
Andrea deglutì, imbarazzato. La decisione e la fermezza che avevano accompagnato il suo studiatissimo discorso di commiato ora facevano compagnia alle foglie secche della felce, che il vento fresco stava sgretolando e trascinando fuori dal balcone.
Marta tornò alla carica.
– Luca avrebbe potuto lasciarmi di giorno, Paolo forse. Ma da te non me lo aspettavo proprio. All’alba, al massimo, avrei capito. Ma non così. Cosa ti costava aspettare il buio? – adesso era veramente furiosa. – Così me ne potevo andare piangendo, senza che nessuno mi vedesse, senza dover pensare al sudore sulla fronte o a schivare le vecchiette in bici. Perché bisogna concentrarsi sul dolore, non lo si può perdere, così, perché poi non torna più!
Ecco, adesso inizia a gesticolare, pensò Andrea.
– E pensa tornare a casa con mia madre che mi chiede cosa ho fatto e io che le dico niente, e allora lei si incazza con me e litighiamo e io esco. Sì, esco e dove cazzo vado alle due del pomeriggio? Sara è al lavoro, i negozi sono ancora chiusi, non ho abbastanza fame da annegarmi di dolci…
Ok, ho capito, pensò Andrea.
Evidentemente la sua faccia tradiva questa cosa perché Marta interruppe l’arringa e lo guardò, disgustata.
– Ti sei persino rotto di starmi a sentire.
Ha ragione, pensò Andrea, e si vergognò.
– Sarai contento adesso. Guarda in che situazione siamo!
Perché? In che situazione siamo?
– Adesso devo aprire la porta a vetri, tornare di là, prendere la borsa, mettermi le scarpe… Proprio sul balcone di casa tua dovevi dirmelo? – e sbuffando se ne andò, continuando a farfugliare parole che Andrea non poté assolutamente comprendere.
Decise di non seguirla, per salvare quel po’ di faccia che gli rimaneva. La immaginò recuperare la sua roba, mentre continuava a borbottare. La sentì sbattere la porta e scendere di corsa le scale.
Si affacciò di nuovo dal balcone e la vide inforcare la bicicletta e perdersi tra la folla della piazza. In breve tempo non riuscì più a distinguerla.
Il suo cellulare squillò. Un messaggio. Marta.
Potevi almeno seguirmi, per salvare quel po’ di faccia che ti rimaneva.
L’ombrellino rosso di carta conficcato ai piedi della selce si stacco e schizzò oltre la balaustra. Ma non precipitò, o almeno non subito. Il vento fresco lo sorresse e lo portò in alto. Lo fece roteare un paio di volte, aprire e chiudere. Poi giunse la bonaccia.
Sono uno stupido, pensò Andrea, un imbecille!
La prossima volta la lascerò di notte.

giovedì 22 novembre 2012


Renon (1)
Sentiero


Sul Corno del Renon c'è un sentiero tematico che porta dalla funivia alla vetta. E' diviso in vari segmenti che vanno a formare percorsi differenti, ma sovrapposti, ognuno con un proprio colore. Al primo cartello l'ideatore spiega cosa ci si può fare. Si può decidere di seguire il percorso diviso in terzi che ti invita a camminare a velocità diverse in ogni tragitto. Oppure quello in ottavi che ti propone di stare zitto nei segmenti dispari e a parlare in quelli pari. Oppure quello in quarti che ti chiede di camminare da solo nei passaggi pari e in compagnia in quelli dispari.
Oggi è nuvolo, non si vede nemmeno la Val Gardena che sarebbe proprio qui davanti. Fa freddo, c'è poca gente e la pancia inizia a pesare. Vorremmo camminare un altro po' ma ci limitiamo a osservare quel poco di panorama che ci spetta. Il restante lo immaginiamo. Poi riprendiamo la funivia e torniamo verso valle. All'incrocio del sentiero guardo di nuovo il cartello colorato, che è un invito ma anche una promessa. Oggi non lo faremo, perché è una di quelle cose che va fatte bene e con calma. Per un po' di tempo di sicuro non ripasseremo di qua. Vorrà dire che ci verremo con M., appena avrà gambe per camminare.

giovedì 15 novembre 2012


Presempio
Etimologia della parola

1. Presepe dissacratorio con statuette inadeguate al contesto sacro della rappresentazione religiosa. Si hanno notizie di questi allestimenti sin dal V secolo d.C., quando nei villaggi di montagna nei pressi di Codroipo (UD) ci si divertiva a sistemare il bue e l'asinello in reciproche pose equivoche. Il clou dell'empietà si raggiunse negli anni Ottanta con l'inserimento di personaggi quali Freddie Mercury e David Hasselhof.

2. Esempio che precede un altro esempio. È una figura retorica abbastanza rara ma ancora utilizzata in molte lingue indoeuropee e ugro-finniche. Si usa quando l'interlocutore è in procinto di fare un esempio ma vi rinuncia in favore di un altro che egli ritiene più azzeccato, che quindi lo precede sia a livello figurativo che sintattico.

giovedì 8 novembre 2012


Occhio destro
Racconto per immagini


Un ragazzo magro, viso pallido, zigomi pronunciati, capelli neri corti, occhi scuri; indossa un grembiule bianco sul cui taschino sinistro è stampato un codice.
È seduto di fronte ad un nastro trasportatore che si muove a scatti. Ad ogni scatto arrivano davanti a lui due pezzi di metallo che egli assembla, con gesto meccanico e sguardo assente. Rumori di fondo: voci, motorini elettrici, pezzi di metallo che urtano tra loro.

Lo stesso ragazzo, in piedi, fermo al lato della strada. Indossa una lunga giacca bianca, lucida. Sta fissando qualcosa, gli occhi abbassati e il viso triste; il respiro si condensa nell’aria per il freddo. Dietro di lui passano diverse persone a piedi e alcuni mezzi avveniristici, un paio di moto, macchine, due delle quali fluttuano a mezzo metro da terra accompagnate da un rumore elettrico ripetitivo, come di turbina.

Vetrina di un negozio, enorme e ben illuminata. Di fronte ad uno sfondo bianco campeggiano due protesi di gambe di un materiale lucido grigio chiaro. Sul vetro del negozio si riflette l’immagine del ragazzo.
Dopo alcuni secondi il ragazzo si volta alla sua sinistra e si allontana dalla vetrina, zoppicando vistosamente.

Buio totale. Si apre una porta e la stanza viene parzialmente illuminata dalla luce proveniente dal pianerottolo. La sagoma di una persona in controluce si ferma sulla soglia. Allunga la mano destra verso il muro interno della stanza. Con gesto sicuro trova l’interruttore e accende la luce.
La stanza è alta circa quattro metri. Le pareti sono di un verdino chiaro, sembrano di plastica.
Accanto alla porta, sotto l’interruttore della luce c’è un mobile nero, anch’esso lucido, un parallelepipedo più alto che largo, con gli angoli smussati. Un mobile identico ma tre volte più grande occupa la parete dall’altro lato della porta.
Il ragazzo fa due passi, zoppicando, poi si volta e chiude la porta.
Si sposta di un passo alla sua destra e allunga la mano per digitare un codice su una tastiera larga pochi centimetri situata tra lo stipite e il grande mobile nero.
Digita le cinque cifre con lentezza e precisione. Ad ogni pressione del dito sul tasto segue un bip monotonico.
Breve sibilo elettronico. Una patina azzurra semiopaca ricopre la porta e dopo due secondi si affievolisce fino a scomparire.
Il ragazzo si volta e, sempre zoppicando, si allontana dalla porta.

Il ragazzo si siede su una poltrona blu, lucida, strappata sul bracciolo destro in due punti. Indossa una maglia aderente, beige, con una cerniera sulla scapola sinistra e dei pantaloni dello stesso colore, anch’essi aderenti e lucidi. É illuminato frontalmente da una luce che varia a intervalli irregolari di alcuni secondi.
Ha sulle gambe un contenitore di alluminio al quale toglie il coperchio mentre guarda davanti a sé, verso la luce. Giungono ovattati rumori di persone che ridono. Ride anche il ragazzo, mentre con la mano destra prende qualcosa dal contenitore e se lo porta alla bocca.
Ripete il gesto più volte, succhiandosi i polpastrelli del pollice, dell’indice e del medio dopo ogni boccone. Voce ovattata di uomo che ironizza su persone famose. Il ragazzo guarda sempre con attenzione verso la luce e ogni tanto ride assieme al coro di voci che ridono.

Il ragazzo è addormentato e sta scompostamente seduto sulla poltrona. Il braccio destro penzola oltre il bracciolo e la testa è appoggiata alla spalla destra, la bocca semiaperta. Il braccio sinistro è piegato verso l’interno e la mano appoggiata sul petto.
Davanti a lui la luce è ancora accesa e una voce di donna sta leggendo un notiziario.

Uno specchio rettangolare appeso ad una parete piastrellata e illuminata dall’alto riflette la parete opposta, anch’essa ricoperta dalle stesse piastrelle beige. Il ragazzo alza la testa, le mani piene d’acqua premute sul volto. L’acqua scivola lungo gli avambracci. Indossa una maglietta di cotone beige. Le mani scoprono gli occhi assonnati e li stropicciano. Poi abbassa le braccia e appoggia le mani sul lavandino. Si guarda per alcuni secondi. Aguzza la vista come se avesse scorto qualcosa e si avvicina allo specchio per osservarsi meglio l’occhio sinistro.

Con le dita della mano destra si tasta la palpebra inferiore, premendola verso l’alto, ruotando contemporaneamente il bulbo oculare. Ripete il gesto un paio di volte. Alla terza volta il bulbo fuoriesce velocemente dall’orbita cadendo verso il basso.
Il ragazzo rimane per un istante immobile, con la mano destra ancora premuta sotto l’occhio, oramai ridotto ad una cavità nera. Poi abbassa lentamente il braccio e china il capo verso destra per guardare l’occhio caduto. La sua bocca si contorce in una misurata smorfia di rassegnazione.

Il ragazzo è seduto di fronte al nastro trasportatore e indossa lo stesso camice bianco, intento ad assemblare i pezzi metallici con la consueta aria svogliata e lo sguardo perso. Sopra l’occhio destro ha appiccicati due pezzi di scotch telato grigio a formare una X che gli copre parte della fronte e dello zigomo destro.


giovedì 1 novembre 2012


Socialmente utili

Montefrotto di Sopramonte è un paese di un migliaio di abitanti, molti dei quali in cassa integrazione. Non c'è un centimetro di asfalto perché è tutto a scale, parapetti, camminamenti lastricati e piazze ricavate dal casuale intersecarsi degli edifici. Arriviamo con gli zaini in spalla di sera e uno o due alla volta troviamo ospitalità da qualche famiglia, tutti gentilissimi. Qui sono talmente poveri che non c'è praticamente malavita organizzata perché non c'è nulla su cui speculare. Solo il parco naturale alle spalle del paese, che annuncia il proprio ingresso con una spaccatura nella montagna.
Al mattino la signora del commestibili ci prepara cinquanta panini con la mortadella, incartati a mano uno a uno, un euro e dieci al pezzo. Prendiamo anche tre birre e il tipo del negozio mi dice che sono tre euro e sessanta. Io gli dico guarda che te ne pago tre. Lui scocciato prende la banconota da dieci e mi dà il resto di sette. Scusa ma quante me ne fai pagare? Ohi, ti ho detto tre e sessanta, tu mi hai detto tre e allora ti ho fatto lo sconto. Io intendevo tre birre, lui intendeva un euro e venti a bottiglia da trentatré.
Ci mettiamo in marcia e nella piazza del Comune vecchio (quello nuovo è stato costruito più in alto, dove arrivano le strade, ma la giunta non ci vuole andare ed è disabitato) vediamo una settantina di uomini di diverse età in attesa. Chi sono? chiediamo. I socialmente utili, ci dice una signora. Il comune paga loro una giunta alla cassa integrazione e loro sono a disposizione del paese. Guidano lo scuola bus, fanno gli ausiliari del traffico, puliscono le strade, accompagnano gli anziani, tengono i bambini o fanno lavoretti nelle case del circondario.
Una ragazza sta male ma noi dobbiamo proseguire. Loro la caricano su un auto municipale, la portano al paese successivo e le fanno compagnia in due finché non arriviamo anche noi, a piedi nel pomeriggio. 
Intanto il paese al completo osserva la manovra della corriera.

giovedì 25 ottobre 2012


Retino

Peppe Quondagiovanni girava sempre con un retino da pesca, ma non era mai andato a pesca. Lo teneva nella tasca posteriore dei pantaloni e quando si sedeva lo impugnava, pronto per l'uso. Se lo portava ovunque, nell'officina meccanica in cui lavorava, al bar, al cinema, non lo scordava mai. Diceva che gli dava sicurezza, anche se non sapeva dire da dove derivasse quella sensazione. Nessun ricordo d'infanzia, nessun episodio collegato a quell'oggetto. Semplicemente gli piaceva averlo a portata. Già quando frequentava le scuole medie nessuno si stupiva più di quel fatto.
Passarono gli anni, Peppe divenne un settantenne pensionato, senza sposarsi e senza avere figli. Nemmeno un cagnolino. Aveva lasciato l'officina e con tranquillità si godeva il pacato andirivieni del paese in cui era nato e vissuto da sempre.
Un giorno, mentre usciva dalla biblioteca, ebbe un sussulto ed estrasse il retino appena in tempo per raccogliere un vaso di fiori che era caduto da una finestra al secondo piano. Il bambino che era di fronte a lui vide il vaso a pochi centimetri dalla fronte, attraverso i fori della rete verde. Senza dire una parola Peppe tornò a casa.
Da quel momento nessuno lo vide più.

giovedì 18 ottobre 2012


Bushido

Tsunetomo voleva morire. Per trent'anni aveva servito il signore di Saga e tutto ciò che desiderava era seguirlo con onore nell'aldilà attraverso il suicidio rituale. Sarebbe stato per lui e la sua famiglia motivo di grande rispettabilità e una degna fine da samurai. Ma il signore di Saga aveva bandito quella pratica da tempo e Tsunetomo, suo malgrado, dovette desistere  per non fare la fine di altri cortigiani, le cui famiglie erano state private degli eredi e confinate in province lontane. E siccome non andava d'accordo con il nuovo signore, decise di ritirarsi a vita monastica.
Non si rassegnava a quell'esistenza, poiché in qualche modo vi era stato costretto. L'unica cosa che poteva fare era vivere nel ricordo dell'epoca di Saga e delle gesta del suo signore e di suo padre. Attraverso quegli episodi, che egli narrò ad un discepolo, giunse a profonde riflessioni sulla morte, che in fondo è la via del samurai, il bushido. Nacquero così le Annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie, che il discepolo trascrisse durante le lunghe conversazioni assieme al maestro, che avvenivano sotto i grandi baobab delle colline. Contro il volere di Tsunetomo, alla sua morte il discepolo diffuse le Annotazioni, che nell'arco di qualche secolo divennero un importante pilastro del bushido.
I latini avevano il Carpe Diem, l'invito massimo a godere del presente, nella consapevolezza che il domani è incerto. La via del samurai, in maniera analoga ma opposta, ci ricorda invece che la morte è in agguato e che bisognerebbe vivere al meglio il presente per non farsi sorprendere in difetto nei confronti del proprio signore, degli antenati o della famiglia. Se quando la morte giungerà non ci sentiremo in pace con la coscienza, se non avremo fatto tutto il possibile, allora subiremo il disonore. Quando un samurai è pronto a morire,  allora padroneggia la Via.

giovedì 11 ottobre 2012

Zinedine

L'aeroporto di Barajas è in lento risveglio, schiacciato da nuvole soffocanti e avare di pioggia. Attraverso le pareti di vetro scorgo le ultime propaggini della città, che sto per abbandonare. Mi incammino adagio, trascinando il pesante borsone nero con le ruote e mi barcameno tra zaino e borsa a tracolla. Percorro minuti di tappeti rotanti, incontro pochi volti e nessuno è desideroso di guardare verso di me.
Trovo l'imbarco e mi metto in fondo alla fila, a dire il vero composta da un uomo solo. È un tipo alto, spalle larghe, indossa una camicia scura e dei pantaloni aderenti. Ha una borsa sportiva appoggiata alla spalla destra, come se non gli pesasse. Dalla bretella pende un foulard a righe, annodato non troppo stretto ad un capo. E' veramente ben piazzato, sembra uno sportivo. Forse un calciatore? Un cestista?
Ma è Zidane!
Recupera i documenti e il biglietto e si volta per uscire dalla fila. Ci guardiamo fissi. Io ho un'espressione sconvolta, come se fossi stato beccato a fissare la scollatura di una bella ragazza. Lui è anche più in imbarazzo di me. Rimaniamo così, a mezzo metro l'uno dall'altro per alcuni secondi, che sembrano minuti. Io vorrei chiamarlo per nome, o almeno sorridergli, stringergli la mano, forse chiedere un autografo... Lui sta pregando in silenzio perché io non faccia nulla di tutto quello. Se è lì alle sei e mezza del mattino, in attesa di un aereo low cost per Parigi, forse è proprio perché non vuole incappare in... Si sposta di lato, mi lancia un'ultima occhiata. Mi sorride.
Lo osservo oltrepassare l'imbarco, nell'indifferenza generale. Mi guardo attorno ma nessuno sembra averlo notato. Scivola via con leggerezza. Poi non lo vedo più, nascosto dal passaggio della macchina pulitrice. E per molti anni non l'ho raccontato a nessuno.

giovedì 4 ottobre 2012


Urst

Un mio amico c'ha l'urst. Non è una malattia tropicale ma una un-resolved sexual tension, una tensione sessuale irrisolta, verso la sua compagna di banco delle superiori. L'urst è molto utile in tv e al cinema, serve a tenere alta la carica erotica tra due personaggi che però non combinano nulla (nelle serie) oppure convolano solo alla fine (nei film). Tipo Mulder e Scully. A nessuno frega niente degli alieni, vogliamo solo sapere se alla fine la volpe arriva all'uva oppure no. Nella vita vera però l'urst non serve a molto, anzi. Questo mio amico per esempio ci sta malissimo. Se l'è sognata per anni, ad occhi aperti e ad occhi chiusi. Non è che se la vuole sposare, no, c'ha solo l'urst. Questo mio amico si firma Fred Urst da quanto c'ha l'urst. Gli auguro di risolverla, prima dei titoli di coda.

giovedì 27 settembre 2012


A volte funziona

Il lettore cd si accese ed un basso sibilo elettronico accompagnò l’uscita della piastra ottica.
Jordi e Greta erano seduti sul letto. Lei lo fissava con gli occhi spalancati.
«Ci credi adesso?» le chiese.
Greta annuì, senza mutare espressione.
L’impianto stereo era a più di tre metri da loro. E non era dotato di telecomando.
Jordi abbassò lo sguardo, come se le parole di cui aveva bisogno si trovassero nelle scanalature del pavimento.
«Inizierò l’addestramento domani.» disse Jordi, sull’orlo delle lacrime. «Vengono a prendermi tra poco.»
Greta lo abbracciò, impedendogli di piangere ed iniziò a baciarlo. Poi fecero l’amore. Dalle mani di Jordi partirono piccole sferette di luce azzurra che andarono ad esplodere contro la parete.
Greta sussultò e si scostò, liberandosi dall’abbraccio.
«Non è niente» disse Jordi, ridacchiando. «È che ancora non riesco a controllarla bene.»
Lei sorrise. Forse iniziava a capire. Si strinse nuovamente a lui.
Poco dopo qualcuno bussò alla porta.

Quel mattino il reparto elettrodomestici era più affollato del solito. Greta stava pulendo gli scaffali, ma la sua mente era altrove. Erano passati sei mesi dalla loro separazione, e da allora nessuna notizia. Ma non poteva cercarlo. Non poteva dire niente a nessuno.
Ad un tratto una delle radio portatili si accese. Greta schiacciò il tasto power, credendo di averlo urtato per errore. La radio si riaccese, e con lei anche tutti gli altri impianti stereo del centro commerciale. Gli sportellini scattarono quasi all'unisono e altrettanto fecero i lettori cd. Decine di canzoni diverse vibrarono dagli amplificatori.
La gente accorreva divertita, nessuno capiva cosa stesse accadendo.
Solo Greta sapeva. Si guardava attorno euforica, ma era sicura che non lo avrebbe visto.
E sorridendo si accarezzava il pancione.

giovedì 20 settembre 2012


Eloquio

Nell'aprile del 2008 frequentai un breve laboratorio di scrittura, dedicato ai racconti brevi, con un noto scrittore italiano. Alcune sue frasi, pronunciate durante quei pomeriggi, mi colpirono per l'altezza dell'eloquio, nonostante il contesto decisamente informale e scarsamente aulico. Ne riporto alcune, con l'intenzione di utilizzarle, di tanto in tanto, onde migliorare l'oratoria anche nei momenti più conviviali della vita quotidiana. Nel leggerle metteteci anche un po' di erre ruvida, di gola.
”Chiudo la finestra perché mi arriva un refolo.”
“Inorridito dalla fatica del cambiamento, lascio tutto com’era.”
“Mi dedico alle bellurie.”
“Questo «orrore» è prolettico a quello che poi succederà.”
“É una forma di edulcorazione, di contrabbando del caos.”
“L’ho circostanziato con fior di esempi.”
“Tutto questo salgarismo del padre, questo cascame libresco, creava un contrasto troppo immediato con il linguaggio della protagonista.”
“Queste cinque pagine sono effettivamente un po’ indigeste”.
“Sennò l’altro fa la figura dell’afasico, dell’impedito.”
Ma la migliore:
“É un padre anti-mitopietico. É un padre prosa, non è un padre poesia.”

giovedì 13 settembre 2012


Satelliti

Mi svegliai a mezzogiorno passato e pioveva a dirotto. La sveglia stava suonando per la millesima volta. Realizzai quasi subito che ero in ritardo di circa tre ore, ma non mi preoccupai. Avevo disimparato a farlo, tanto era più forte di me.
Lei mi aspettava per colazione ma, presumibilmente, aveva smesso di aspettare da tempo. Era inutile che mi affrettassi, quindi mi diressi lentamente verso la cucina, ciondolando pesantemente e cercando sostegno contro gli stipiti delle porte. Aprii il frigo. Maionese e una banana annerita. Non c’era modo di combinarle. Una volta sarei stato in grado di farlo, pensai. Chiusi il frigo. Mi guardai riflesso nella calamita a forma di mulino a vento e mi feci schifo. Non per la barba di due giorni o per i pestoni, no. Sembravo uno di quei guerrieri nordici del medioevo, votati al loro dio sanguinario e desiderosi di saccheggiare ogni villaggio e ogni bettola dalla tundra fino all’Africa. Sarebbe stato proprio bello. Cosa vuoi fare da grande? Il guerriero sanguinario. E non pensare più a niente. Riaprii il frigo. Vada per la banana annerita.
Quella mattina non l’avevo nemmeno sentita alzarsi dal letto. Se almeno avesse fatto un po’ di rumore, forse non avrei tirato dritto e magari sarei arrivato quasi in orario. Era un po’ anche colpa sua.
Andai in bagno per cercare di togliermi quel fastidioso sapore di marcio dalla bocca. Presi lo spazzolino, poi allungai la mano verso il bicchiere ma andai due volte a vuoto. Il tubetto del dentifricio mi guardava, esanime, ai piedi del sapone liquido. Lei lo aveva spremuto con irreprensibile precisione, arrotolandolo dal fondo. Brava, precisa. Ma per me non ne rimaneva nemmeno un granulo.
Mi lavai senza troppa voglia poi iniziai a frugare tra la pila dei panni da stirare. La giornata era iniziata male; volevo almeno mettermi la mia maglietta di Chuck Norris. Il labbro superiore si increspò leggermente, ad indicare la mia ira funesta, quando mi accorsi che la lavatrice (fatta ovviamente non da me) aveva appena ucciso Chuck, trasformandolo in una XS. Rosa.
Qualcosa mi cadde sulla testa. Mi tastai i capelli, poi guardai in alto per cercare di capire cosa fosse. Una crepa irregolare mi sorrideva beffarda dal soffitto. La seconda goccia mi centrò in pieno l’occhio destro. Mi scansai e mi misi ad osservare l’accumularsi dell’umidità che oramai aveva ricoperto non soltanto il soffitto ma anche gran parte della parete di sostegno. Presto avremmo dovuto fare dei lavori. Per il momento mi accontentai di una bacinella di plastica. Di quel passo si sarebbe riempita in un paio d’ore. Dovevo solo ricordarmi di tornare a svuotarla.
Non mi ricordai.
Tornai nel bagno poco prima di cena e scivolai e caddi e mi feci male all’osso sacro come avevo sperato di non fare mai in vita mia. Se c’è una cosa che non sopporto è proprio il dolore fisico. Soprattutto se sono da solo e non c’è nessuno ad aiutarmi, a curarmi, a consolarmi. Desiderai fortissimo di averla lì, con me, con quel suo sguardo divertito ma indulgente, le sue fossette, le sue parole adatte.
Rimasi in terra per una decina di minuti. Poi il dolore si attenuò e ritrovai le forze per rialzarmi e andai in cucina con una vergognosa voglia di chinotto. Non mi ero ancora accorto che nel lavandino e per terra erano sparsi cocci di bicchieri, come se qualcuno li avesse lasciati apposta affinché qualcun altro ci si ferisse. Li raccolsi a mani nude, attento a non tagliarmi.
Mi tagliai.
Mentre mi mettevo il cerotto realizzai che erano quasi le otto e di lei ancora nessuna notizia. Forse quella volta si era arrabbiata sul serio.
Accesi il televisore e incappai in un vecchio telefilm, uno di quelli che avevo guardato tante volte al liceo, proprio con lei, abbracciati sul divano, quando fingi di annoiarti un po’ per quelle storie sdolcinate e improponibili, ma in realtà speri sempre che capiti anche a te. Oppure quell’altro dove il protagonista guida una macchina parlante, o quello del gruppo di reduci del Vietnam che aiutano i poveretti.
Iniziai a pensare di averne visti veramente troppi. Troppi per non pretendere che poi la mia vita fosse come la vedevo nello schermo. Chissà se a lei era mai successo? Non lo sapevo. Mi imposi di pensare a questa cosa. Se non sapevo nemmeno come la pensava al riguardo non potevo dire di conoscerla veramente. Alle mie spalle la porta d’ingresso, che da tempo immemore sognava un’aggiustatina, cigolò. Finalmente era tornata, pensai.
Pensai male.
Percorsi in un paio di balzi la distanza che separava il divano dallo zerbino, dimenticandomi per un attimo del dolore alla schiena.
Tirai con cautela la maniglia verso di me. Ero pronto a tutto.
Non lo ero.
Sul pianerottolo bagnato dalle sue impronte, c’era un megafono.
Attaccato al megafono c’era un post-it. Rosa.
Sul post-it, rosa, C’era scritto: TI ODIO.
Seguito da ben tre punti esclamativi.

(liberamente ispirato al brano "Satelliti" di Mao)

giovedì 6 settembre 2012


Gnola da gamba

Etimologia della parola

La gnola da gamba è uno strumento cordofono, situato il più delle volte nella trachea, ma presente in rari casi anche nello stomaco. È in grado di propagare il proprio suono grazie al contatto con lo sterno, che ne diffonde le vibrazioni alla cassa toracica. Fondamentale, tuttavia, rimane l'espressione corrucciata che dice tutto, senza la quale il suono della gnola risulta fiacco e poco credibile.
L'invenzione della gnola risale ad Adamo ed Eva. Già i due ne facevano largo uso quando volevano qualcosa e il Creatore non gliela voleva dare. Nei secoli l'utilizzo della gnola si è diffuso quasi in tutto il mondo, ma non proprio ovunque (pare che in Svizzera vi siano alcuni focolai, ma le autorità stanno tentando di reprimerli, o quanto meno di confinarli tutti nel Canton Ticino). Oggi è grandemente utilizzata dagli essere umani di età inferiore agli otto anni ed è spesso accompagnata dal peso morto, strumento a percussione molto efficace, dall'ovattato tonfo inconfondibile. Vale la pena ricordare la notissima sonata di Johann Sebastian Mastropiero del 1847 intitolata “Concertino autunnale per gnola da gamba e peso morto, op.13”.
Ogni anno a Gnhollywood (USA) si tiene il Festival delle Gnole, che vede presenti i migliori concertisti e accordatori del pianeta.

giovedì 30 agosto 2012


Carta

Ricordo che ogni tanto caricavamo dei pacchi di carta e cartone sul Fiat 238 blu e andavamo poco fuori città a smaltirla e a prendere due soldini. Io salivo dietro, a volte in mezzo alla carta, e ci ballavo in mezzo fino a quando non arrivavamo a destinazione. Lì scendevo perché il furgone doveva andare sulla pesa e mentre aspettavo che scaricassero, mi mettevo a frugare tra le montagne di giornali, riviste, scatoloni e libri. Una delle cose più divertenti era scalare quelle montagne, fin dove riuscivi, e poi lasciarsi cadere, rotolando di nuovo fino a terra.
Un giorno mi metto con mio padre ad esaminare una catasta di libri, pronti per il macero. C'è di tutto: romanzi, libri per bambini, testi scolastici... Ad un certo punto mio padre mi allunga un libro dalla copertina giallognola sulla quale campeggiava un predone in piedi su una barca, con il volto coperto da un elmo scuro e un mantello nero svolazzante. Il titolo, in caratteri gotici recitava “Traversata Infernale”. L'angolo in basso a destra diceva: “É un librogame il protagonista sei tu!”
Avevo già letto alcuni libri, molti dei quali fantasy, ma non avevo mai sentito parlare dei librigame.
Tornato a caso lo leggo e ci gioco subito. Qualche giorno dopo torniamo alla discarica e io mi metto a cercare in mezzo al mare di carta nella speranza di trovarne un altro. In vano.
Allora andiamo dal libraio amico di famiglia e mi dice che esistono molte serie di librigame! Ma io volevo quella e scopro che il libro che avevamo trovato era il numero 2. Ma il numero 1 era esaurito, bisognava attendere la ristampa. Comprammo quindi il n.3 e tutte le settimane tornavo a prenderne un altro. L'edizione non era la stessa del mio numero 2, ma mi accontentai pur di averli tutti. Il numero 1 tuttavia tarda ad arrivare. Solo quando ho finito la prima serie riescono a procurarmelo e ci metto una vita a leggerlo tutto, me lo godo con lentezza, scoprendo precocemente la magia del prequel. Ancora oggi quei libri sono tutti in fila, nello scaffale della casa in montagna, la costa scura con la linguetta blu, tranne il numero 2, giallo e scolorito, trovato tra la carta straccia.

giovedì 23 agosto 2012


Gracchi

Tiberio Sempronio e Gaio Sempronio Gracco, di origine plebea per parte di padre e discendenti di Publio Cornelio Scipione Africano per parte di madre, godettero di una folgorante lungimiranza. Semplificandone gli intenti si può dire che le loro riforme fossero tese alla ridistribuzione della terra tra i nullatenenti (sottraendola ai patrizi latifondisti) e alla concessione della cittadinanza romana ai latini (e di quella latina agli italici). Come dire: più lavoro e più diritti (e doveri) per tutti. Il fatto che prima uno e poi l'altro siano stati duramente osteggiati la dice lunga sul fastidio delle loro proposte. Tiberio morì per le percosse durante uno scontro in Senato e Gaio, secondo la ricostruzione più accreditata, si fece uccidere da un servo, braccato al Gianicolo dopo una lunga fuga dai suoi oppositori. Assieme a loro morirono centinaia di cittadini che li appoggiarono e li difesero. Era la fine del secondo secolo avanti Cristo. Da allora sono passati più di duemila anni. O forse no.

giovedì 16 agosto 2012

La panache

Eravamo seduti in un bar di periferia, un posto carino anche se ai margini della zona industriale, e stavamo sorseggiando un aperitivo all'aperto, sotto gli ombrelloni. Al tavolo c'era anche un amico di famiglia di vecchia data, svizzero quasi apolide, girovago, multilingue, alto, magro, riccio, profilo un po' francese ma non troppo, con un'amica conosciuta a Rimini ad un convegno, straniera non ricordo di dove. Pertanto la conversazione verteva sulle differenze culturali tra i vari Paesi. Ad un tratto partono le critiche sugli italiani, ma le accettiamo di buon grado e con il sorriso sulle labbra. L'amico svizzero poi, citando un suo collega, dice una cosa che mi è rimasta impressa: “Gli italiani saranno anche inaffidabili, ritardatari, sporchi, individualisti... Però hanno la panache.” che letteralmente è la piuma del cappello o dell'elmo, ma dopo Enrico IV di Francia e Cyrano de Bergerac è diventata sinonimo di "estro", "maniere sgargianti" ma anche di "avventato coraggio". E poi suona proprio bene, soprattutto se si strascica il suono “sh” e si fa roteare la mano aperta sopra la testa, gesticolando come un guitto. La panashhhhhhh.... 

giovedì 9 agosto 2012


Tu dovresti scrivere

Avevo quasi rimosso questo episodio, poi di colpo mi è tornato in mente, grazie ad una biglia. 
Stavo tornando alla macchina dopo una serata con amici quando ne vedo una al bordo del marciapiede e la raccolgo. E all'improvviso mi sono ricordato di quella volta.
Era la fine degli anni novanta e lavoravo come maschera e tutto fare al Festival del Teatro di Figura di Cervia. In un momento di pausa, in un tardo pomeriggio di agosto, interrompo il mio giro di attacchinaggio e mi infilo in una stanzetta buia dove era stata allestita un'opera d'arte interattiva. Panni neri e spessi alle pareti, al centro un lungo tavolo sul quale era sistemata una vasca di latta bassa e ripiena di un liquido biancastro, simile al latte, cosparso di biglie di vario diametro e materiale. La vasca era illuminata dall'alto da una luce intensa che quasi accecava rifrangendosi sulla latta e sul liquido marmoreo. Alcuni microfoni, collegati alla base del tavolo, riproducevano, con un leggero ritardo, il suono provocato dalle biglie lasciate cadere nella vasca. Ogni colpo produceva dunque due suoni, il secondo dei quali dotato di un certo riverbero.
Entro da solo ed inizio a giocherellare con le biglie. Ne prendo alcune più piccole di legno, altre più grandi di metallo ed inizio a farle cadere a intervalli regolari, tirandone fuori un ritmo ed una melodia primitive.
Dopo un paio di minuti sento una voce dietro di me che dice: "Tu dovresti scrivere."
Mi volto e vedo un uomo brizzolato e ben sbarbato, sulla cinquantina, vestito di nero che, senza guardarmi, si avvicina al tavolo ed inizia anche lui a "suonare". Mi faccio da parte e lo osservo. Mi chiede come mi chiamo, e io rispondo. Che scuola faccio, e rispondo. Se ho mai scritto. Dico sì, qualcosa. Per qualcuno? No... Mi avvicino anche io e ricomincio a giocare con le biglie. Suoniamo insieme, viene fuori qualcosa di molto simile al funky. Ad un tratto ci fermiamo e lasciamo le biglie a rotolare nella vasca. Ci guardiamo, lui annuisce e se ne va.
Esco poco dopo ma non lo vedo più. Per un po' penso che faccia parte della performance artistica, o che sia uno scherzo. Invece no, è proprio così, sembra la scena di un film. Riprendo la gazzella e proseguo il giro ad attaccare volantini, e per tanti anni me lo scordo. Mannaggia.