giovedì 27 settembre 2012


A volte funziona

Il lettore cd si accese ed un basso sibilo elettronico accompagnò l’uscita della piastra ottica.
Jordi e Greta erano seduti sul letto. Lei lo fissava con gli occhi spalancati.
«Ci credi adesso?» le chiese.
Greta annuì, senza mutare espressione.
L’impianto stereo era a più di tre metri da loro. E non era dotato di telecomando.
Jordi abbassò lo sguardo, come se le parole di cui aveva bisogno si trovassero nelle scanalature del pavimento.
«Inizierò l’addestramento domani.» disse Jordi, sull’orlo delle lacrime. «Vengono a prendermi tra poco.»
Greta lo abbracciò, impedendogli di piangere ed iniziò a baciarlo. Poi fecero l’amore. Dalle mani di Jordi partirono piccole sferette di luce azzurra che andarono ad esplodere contro la parete.
Greta sussultò e si scostò, liberandosi dall’abbraccio.
«Non è niente» disse Jordi, ridacchiando. «È che ancora non riesco a controllarla bene.»
Lei sorrise. Forse iniziava a capire. Si strinse nuovamente a lui.
Poco dopo qualcuno bussò alla porta.

Quel mattino il reparto elettrodomestici era più affollato del solito. Greta stava pulendo gli scaffali, ma la sua mente era altrove. Erano passati sei mesi dalla loro separazione, e da allora nessuna notizia. Ma non poteva cercarlo. Non poteva dire niente a nessuno.
Ad un tratto una delle radio portatili si accese. Greta schiacciò il tasto power, credendo di averlo urtato per errore. La radio si riaccese, e con lei anche tutti gli altri impianti stereo del centro commerciale. Gli sportellini scattarono quasi all'unisono e altrettanto fecero i lettori cd. Decine di canzoni diverse vibrarono dagli amplificatori.
La gente accorreva divertita, nessuno capiva cosa stesse accadendo.
Solo Greta sapeva. Si guardava attorno euforica, ma era sicura che non lo avrebbe visto.
E sorridendo si accarezzava il pancione.

giovedì 20 settembre 2012


Eloquio

Nell'aprile del 2008 frequentai un breve laboratorio di scrittura, dedicato ai racconti brevi, con un noto scrittore italiano. Alcune sue frasi, pronunciate durante quei pomeriggi, mi colpirono per l'altezza dell'eloquio, nonostante il contesto decisamente informale e scarsamente aulico. Ne riporto alcune, con l'intenzione di utilizzarle, di tanto in tanto, onde migliorare l'oratoria anche nei momenti più conviviali della vita quotidiana. Nel leggerle metteteci anche un po' di erre ruvida, di gola.
Chiudo la finestra perché mi arriva un refolo.”
Inorridito dalla fatica del cambiamento, lascio tutto com’era.”
Mi dedico alle bellurie.”
Questo «orrore» è prolettico a quello che poi succederà.”
É una forma di edulcorazione, di contrabbando del caos.”
L’ho circostanziato con fior di esempi.”
Tutto questo salgarismo del padre, questo cascame libresco, creava un contrasto troppo immediato con il linguaggio della protagonista.”
Queste cinque pagine sono effettivamente un po’ indigeste”.
Sennò l’altro fa la figura dell’afasico, dell’impedito.”
Ma la migliore:
É un padre anti-mitopietico. É un padre prosa, non è un padre poesia.”

giovedì 13 settembre 2012


Satelliti

Mi svegliai a mezzogiorno passato e pioveva a dirotto. La sveglia stava suonando per la millesima volta. Realizzai quasi subito che ero in ritardo di circa tre ore, ma non mi preoccupai. Avevo disimparato a farlo, tanto era più forte di me.
Lei mi aspettava per colazione ma, presumibilmente, aveva smesso di aspettare da tempo. Era inutile che mi affrettassi, quindi mi diressi lentamente verso la cucina, ciondolando pesantemente e cercando sostegno contro gli stipiti delle porte. Aprii il frigo. Maionese e una banana annerita. Non c’era modo di combinarle. Una volta sarei stato in grado di farlo, pensai. Chiusi il frigo. Mi guardai riflesso nella calamita a forma di mulino a vento e mi feci schifo. Non per la barba di due giorni o per i pestoni, no. Sembravo uno di quei guerrieri nordici del medioevo, votati al loro dio sanguinario e desiderosi di saccheggiare ogni villaggio e ogni bettola dalla tundra fino all’Africa. Sarebbe stato proprio bello. Cosa vuoi fare da grande? Il guerriero sanguinario. E non pensare più a niente. Riaprii il frigo. Vada per la banana annerita.
Quella mattina non l’avevo nemmeno sentita alzarsi dal letto. Se almeno avesse fatto un po’ di rumore, forse non avrei tirato dritto e magari sarei arrivato quasi in orario. Era un po’ anche colpa sua.
Andai in bagno per cercare di togliermi quel fastidioso sapore di marcio dalla bocca. Presi lo spazzolino, poi allungai la mano verso il bicchiere ma andai due volte a vuoto. Il tubetto del dentifricio mi guardava, esanime, ai piedi del sapone liquido. Lei lo aveva spremuto con irreprensibile precisione, arrotolandolo dal fondo. Brava, precisa. Ma per me non ne rimaneva nemmeno un granulo.
Mi lavai senza troppa voglia poi iniziai a frugare tra la pila dei panni da stirare. La giornata era iniziata male; volevo almeno mettermi la mia maglietta di Chuck Norris. Il labbro superiore si increspò leggermente, ad indicare la mia ira funesta, quando mi accorsi che la lavatrice (fatta ovviamente non da me) aveva appena ucciso Chuck, trasformandolo in una XS. Rosa.
Qualcosa mi cadde sulla testa. Mi tastai i capelli, poi guardai in alto per cercare di capire cosa fosse. Una crepa irregolare mi sorrideva beffarda dal soffitto. La seconda goccia mi centrò in pieno l’occhio destro. Mi scansai e mi misi ad osservare l’accumularsi dell’umidità che oramai aveva ricoperto non soltanto il soffitto ma anche gran parte della parete di sostegno. Presto avremmo dovuto fare dei lavori. Per il momento mi accontentai di una bacinella di plastica. Di quel passo si sarebbe riempita in un paio d’ore. Dovevo solo ricordarmi di tornare a svuotarla.
Non mi ricordai.
Tornai nel bagno poco prima di cena e scivolai e caddi e mi feci male all’osso sacro come avevo sperato di non fare mai in vita mia. Se c’è una cosa che non sopporto è proprio il dolore fisico. Soprattutto se sono da solo e non c’è nessuno ad aiutarmi, a curarmi, a consolarmi. Desiderai fortissimo di averla lì, con me, con quel suo sguardo divertito ma indulgente, le sue fossette, le sue parole adatte.
Rimasi in terra per una decina di minuti. Poi il dolore si attenuò e ritrovai le forze per rialzarmi e andai in cucina con una vergognosa voglia di chinotto. Non mi ero ancora accorto che nel lavandino e per terra erano sparsi cocci di bicchieri, come se qualcuno li avesse lasciati apposta affinché qualcun altro ci si ferisse. Li raccolsi a mani nude, attento a non tagliarmi.
Mi tagliai.
Mentre mi mettevo il cerotto realizzai che erano quasi le otto e di lei ancora nessuna notizia. Forse quella volta si era arrabbiata sul serio.
Accesi il televisore e incappai in un vecchio telefilm, uno di quelli che avevo guardato tante volte al liceo, proprio con lei, abbracciati sul divano, quando fingi di annoiarti un po’ per quelle storie sdolcinate e improponibili, ma in realtà speri sempre che capiti anche a te. Oppure quell’altro dove il protagonista guida una macchina parlante, o quello del gruppo di reduci del Vietnam che aiutano i poveretti.
Iniziai a pensare di averne visti veramente troppi. Troppi per non pretendere che poi la mia vita fosse come la vedevo nello schermo. Chissà se a lei era mai successo? Non lo sapevo. Mi imposi di pensare a questa cosa. Se non sapevo nemmeno come la pensava al riguardo non potevo dire di conoscerla veramente. Alle mie spalle la porta d’ingresso, che da tempo immemore sognava un’aggiustatina, cigolò. Finalmente era tornata, pensai.
Pensai male.
Percorsi in un paio di balzi la distanza che separava il divano dallo zerbino, dimenticandomi per un attimo del dolore alla schiena.
Tirai con cautela la maniglia verso di me. Ero pronto a tutto.
Non lo ero.
Sul pianerottolo bagnato dalle sue impronte, c’era un megafono.
Attaccato al megafono c’era un post-it. Rosa.
Sul post-it, rosa, C’era scritto: TI ODIO.
Seguito da ben tre punti esclamativi.

(liberamente ispirato al brano "Satelliti" di Mao)

giovedì 6 settembre 2012


Gnola da gamba

Etimologia della parola

La gnola da gamba è uno strumento cordofono, situato il più delle volte nella trachea, ma presente in rari casi anche nello stomaco. È in grado di propagare il proprio suono grazie al contatto con lo sterno, che ne diffonde le vibrazioni alla cassa toracica. Fondamentale, tuttavia, rimane l'espressione corrucciata che dice tutto, senza la quale il suono della gnola risulta fiacco e poco credibile.
L'invenzione della gnola risale ad Adamo ed Eva. Già i due ne facevano largo uso quando volevano qualcosa e il Creatore non gliela voleva dare. Nei secoli l'utilizzo della gnola si è diffuso quasi in tutto il mondo, ma non proprio ovunque (pare che in Svizzera vi siano alcuni focolai, ma le autorità stanno tentando di reprimerli, o quanto meno di confinarli tutti nel Canton Ticino). Oggi è grandemente utilizzata dagli essere umani di età inferiore agli otto anni ed è spesso accompagnata dal peso morto, strumento a percussione molto efficace, dall'ovattato tonfo inconfondibile. Vale la pena ricordare la notissima sonata di Johann Sebastian Mastropiero del 1847 intitolata “Concertino autunnale per gnola da gamba e peso morto, op.13”.
Ogni anno a Gnhollywood (USA) si tiene il Festival delle Gnole, che vede presenti i migliori concertisti e accordatori del pianeta.

giovedì 30 agosto 2012


Carta

Ricordo che ogni tanto caricavamo dei pacchi di carta e cartone sul Fiat 238 blu e andavamo poco fuori città a smaltirla e a prendere due soldini. Io salivo dietro, a volte in mezzo alla carta, e ci ballavo in mezzo fino a quando non arrivavamo a destinazione. Lì scendevo perché il furgone doveva andare sulla pesa e mentre aspettavo che scaricassero, mi mettevo a frugare tra le montagne di giornali, riviste, scatoloni e libri. Una delle cose più divertenti era scalare quelle montagne, fin dove riuscivi, e poi lasciarsi cadere, rotolando di nuovo fino a terra.
Un giorno mi metto con mio padre ad esaminare una catasta di libri, pronti per il macero. C'è di tutto: romanzi, libri per bambini, testi scolastici... Ad un certo punto mio padre mi allunga un libro dalla copertina giallognola sulla quale campeggiava un predone in piedi su una barca, con il volto coperto da un elmo scuro e un mantello nero svolazzante. Il titolo, in caratteri gotici recitava “Traversata Infernale”. L'angolo in basso a destra diceva: “É un librogame il protagonista sei tu!”
Avevo già letto alcuni libri, molti dei quali fantasy, ma non avevo mai sentito parlare dei librigame.
Tornato a caso lo leggo e ci gioco subito. Qualche giorno dopo torniamo alla discarica e io mi metto a cercare in mezzo al mare di carta nella speranza di trovarne un altro. In vano.
Allora andiamo dal libraio amico di famiglia e mi dice che esistono molte serie di librigame! Ma io volevo quella e scopro che il libro che avevamo trovato era il numero 2. Ma il numero 1 era esaurito, bisognava attendere la ristampa. Comprammo quindi il n.3 e tutte le settimane tornavo a prenderne un altro. L'edizione non era la stessa del mio numero 2, ma mi accontentai pur di averli tutti. Il numero 1 tuttavia tarda ad arrivare. Solo quando ho finito la prima serie riescono a procurarmelo e ci metto una vita a leggerlo tutto, me lo godo con lentezza, scoprendo precocemente la magia del prequel. Ancora oggi quei libri sono tutti in fila, nello scaffale della casa in montagna, la costa scura con la linguetta blu, tranne il numero 2, giallo e scolorito, trovato tra la carta straccia.

giovedì 23 agosto 2012


Gracchi

Tiberio Sempronio e Gaio Sempronio Gracco, di origine plebea per parte di padre e discendenti di Publio Cornelio Scipione Africano per parte di madre, godettero di una folgorante lungimiranza. Semplificandone gli intenti si può dire che le loro riforme fossero tese alla ridistribuzione della terra tra i nullatenenti (sottraendola ai patrizi latifondisti) e alla concessione della cittadinanza romana ai latini (e di quella latina agli italici). Come dire: più lavoro e più diritti (e doveri) per tutti. Il fatto che prima uno e poi l'altro siano stati duramente osteggiati la dice lunga sul fastidio delle loro proposte. Tiberio morì per le percosse durante uno scontro in Senato e Gaio, secondo la ricostruzione più accreditata, si fece uccidere da un servo, braccato al Gianicolo dopo una lunga fuga dai suoi oppositori. Assieme a loro morirono centinaia di cittadini che li appoggiarono e li difesero. Era la fine del secondo secolo avanti Cristo. Da allora sono passati più di duemila anni. O forse no.

giovedì 16 agosto 2012

La panache

Eravamo seduti in un bar di periferia, un posto carino anche se ai margini della zona industriale, e stavamo sorseggiando un aperitivo all'aperto, sotto gli ombrelloni. Al tavolo c'era anche un amico di famiglia di vecchia data, svizzero quasi apolide, girovago, multilingue, alto, magro, riccio, profilo un po' francese ma non troppo, con un'amica conosciuta a Rimini ad un convegno, straniera non ricordo di dove. Pertanto la conversazione verteva sulle differenze culturali tra i vari Paesi. Ad un tratto partono le critiche sugli italiani, ma le accettiamo di buon grado e con il sorriso sulle labbra. L'amico svizzero poi, citando un suo collega, dice una cosa che mi è rimasta impressa: “Gli italiani saranno anche inaffidabili, ritardatari, sporchi, individualisti... Però hanno la panache.” che letteralmente è la piuma del cappello o dell'elmo, ma dopo Enrico IV di Francia e Cyrano de Bergerac è diventata sinonimo di "estro", "maniere sgargianti" ma anche di "avventato coraggio". E poi suona proprio bene, soprattutto se si strascica il suono “sh” e si fa roteare la mano aperta sopra la testa, gesticolando come un guitto. La panashhhhhhh.... 

giovedì 9 agosto 2012


Tu dovresti scrivere

Avevo quasi rimosso questo episodio, poi di colpo mi è tornato in mente, grazie ad una biglia. 
Stavo tornando alla macchina dopo una serata con amici quando ne vedo una al bordo del marciapiede e la raccolgo. E all'improvviso mi sono ricordato di quella volta.
Era la fine degli anni novanta e lavoravo come maschera e tutto fare al Festival del Teatro di Figura di Cervia. In un momento di pausa, in un tardo pomeriggio di agosto, interrompo il mio giro di attacchinaggio e mi infilo in una stanzetta buia dove era stata allestita un'opera d'arte interattiva. Panni neri e spessi alle pareti, al centro un lungo tavolo sul quale era sistemata una vasca di latta bassa e ripiena di un liquido biancastro, simile al latte, cosparso di biglie di vario diametro e materiale. La vasca era illuminata dall'alto da una luce intensa che quasi accecava rifrangendosi sulla latta e sul liquido marmoreo. Alcuni microfoni, collegati alla base del tavolo, riproducevano, con un leggero ritardo, il suono provocato dalle biglie lasciate cadere nella vasca. Ogni colpo produceva dunque due suoni, il secondo dei quali dotato di un certo riverbero.
Entro da solo ed inizio a giocherellare con le biglie. Ne prendo alcune più piccole di legno, altre più grandi di metallo ed inizio a farle cadere a intervalli regolari, tirandone fuori un ritmo ed una melodia primitive.
Dopo un paio di minuti sento una voce dietro di me che dice: "Tu dovresti scrivere."
Mi volto e vedo un uomo brizzolato e ben sbarbato, sulla cinquantina, vestito di nero che, senza guardarmi, si avvicina al tavolo ed inizia anche lui a "suonare". Mi faccio da parte e lo osservo. Mi chiede come mi chiamo, e io rispondo. Che scuola faccio, e rispondo. Se ho mai scritto. Dico sì, qualcosa. Per qualcuno? No... Mi avvicino anche io e ricomincio a giocare con le biglie. Suoniamo insieme, viene fuori qualcosa di molto simile al funky. Ad un tratto ci fermiamo e lasciamo le biglie a rotolare nella vasca. Ci guardiamo, lui annuisce e se ne va.
Esco poco dopo ma non lo vedo più. Per un po' penso che faccia parte della performance artistica, o che sia uno scherzo. Invece no, è proprio così, sembra la scena di un film. Riprendo la gazzella e proseguo il giro ad attaccare volantini, e per tanti anni me lo scordo. Mannaggia.

giovedì 2 agosto 2012


Superga

Il trenino a cremagliera sale a piccoli scatti lungo il pendio. Lentamente la città emerge dagli alberi nuovi e dai palazzi di periferia e riempie l'orizzonte. La piccola stazione di Sassi svanisce dietro la curva e ci inoltriamo nel boschetto che fiancheggia la strada sinuosa.
È una limpida giornata di inizio maggio e ci godiamo lo spettacolo delle montagne sulle quali resiste ancora un po' di neve e della valle dell'alto Po, che spiana il paesaggio verso sud.
Su questa collina nel 1706, il duca Vittorio Amedeo II e il Principe Eugenio di Savoia-Carignano fecero un voto alla Madonna affinché concedesse loro la vittoria contro i francesi. L'enorme santuario che oggi si staglia contro l'azzurro pastello è un segno evidente di quel miracoloso dono.
Poco più sotto, lungo un sentiero ricoperto di ghiaia, è situato un altare in ricordo del Grande Torino, che contro queste rocce vide finire il proprio mito, esattamente sessant'anni prima. Non sapevamo fosse il giorno dell'anniversario, ma la grande affluenza di gente ci fa comprendere la ricorrenza.
L'altare è molto semplice: una base di granito ed una lastra bianca di marmo, recentemente restaurata. Assomiglia alle lapidi della guerra, con i medesimi nomi in colonna, solamente che invece di fanti e ufficiali vi sono i nomi di dirigenti e giocatori.
L'atmosfera è commovente e ci coinvolge, anche se non siamo del luogo e quasi ignoriamo la vicenda, di cui sapiamo poco. Attorno a noi le persone si abbracciano, piangono, portano fiori e ceri accesi. Ci sentiamo un po' nel mezzo in quel dolore privato, di familiari, figli e soprattutto nipoti, giovani tifosi.
Ci abbracciamo anche noi e osserviamo in silenzio.

giovedì 26 luglio 2012


Sangre taina

L'isola di Mayaguana è la più meridionale delle Bahamas e giace al limitare del grande salto nell'Atlantico, più o meno alla stessa distanza da Cuba e Haiti o meglio (come agli abitanti piace dire) a metà strada tra la Florida e Puerto Rico (sembra che questa localizzazione suoni più familiare e simpatica ai turisti).
È qui, in un piccolo “settlement” sulla costa occidentale chiamato Pirates Well che incontro Izel Amertil, un'anziana ma pimpante signora caraibica, che da sempre vive e lavora al Baycaner Beach Resort. Che a dire il vero ha poco del resort, ma almeno si può pagare con la carta di credito.
Izel mi racconta la storia della sua famiglia, una delle prime a migrare da Turks Island, un'isola molto più grande a circa 60 km a sud di qui, all'inizio del diciannovesimo secolo. Prima di allora quest'isola era deserta, eccezion fatta per un antico e misero approdo spagnolo, semidistrutto e da tempo inutilizzato.
Il racconto è molto avvincente e io non la interrompo quasi mai. Ad un tratto però, quando pronuncio la parola “caraibica” lei si blocca e per le prima volta la sua giovialità si affievolisce. Capisco di aver detto qualcosa di sbagliato, forse di offensivo.
Yo no soy caribe” mi dice, calcando molto l'ultima parola. “Yo tengo sangre taìna!”
Izel mi spiega che i taìnos erano gli abitanti pre-colombiani di quella parte delle Antille, dalle Bahamas fino a Puerto Rico, Hispaniola e gran parte di Cuba (ma non tutta, precisa). L'arrivo degli europei li ridusse drasticamente e oggi si ritiene una etnia scomparsa. Izel però insiste nel dire che ha sangue cento per cento taìno e mi convince a visitare la sua collezione di cimeli indigeni.
In una piccola e buia stanza della casa, non lontana dal resort, ha allestito una sorta di museo personale, fatto di monili e oggetti per la pesca, statuette bizzarre e pietre incise. Ma il pezzo che mi incuriosisce di più, e che si trova al centro della camera, è la statuetta di una divinità, dalla faccia allungata e deforme, attaccata ad un corpo sproporzionatamente piccolo. Izel mi spiega trattarsi di Yucahù, lo spirito buono, fratello di Juracàn, dio malvagio dei fulmini e delle tempeste (dal quale poco dopo intuisco deriva il termine spagnolo huracan, che vuol dire proprio uragano, fenomeno evidentemente sconosciuto agli iberici prima di “scoprire” quei luoghi). Mi dice che un suo avo, che era un importante cacique, un capo villaggio, usava questa statuetta per contrastare le tempeste marine. Secondo i racconti dei suoi nonni, questo avo, di nome Jumacao, una volta fece un patto con Juracàn e riuscì a fermare una terribile tempesta che aveva già distrutto i villaggi di alcune isole vicine, proprio al limitare della baia. E da quel giorno, finché egli fu in vita, Juracàn non disturbò più l'isola. Ma quando egli morì il dio si ripresentò, con più violenza della volta precedente e gli abitanti furono costretti a scappare. Da quel giorno l'isola venne inghiottita dalle acque scure dell'oceano.
Prometto a Izel di scrivere un racconto su questa storia e lei mi regala un pezzetto di pietra, nel quale si intravede un'incisione sbeccata. Izel mi dice che faceva parte della casa del suo avo. Oggi quel pezzetto di pietra è incastonato sopra la porta di casa nostra.

lunedì 23 luglio 2012

giovedì 19 luglio 2012


Le canzoni di un cantante

Di recente ascoltavo le canzoni di un noto cantante italiano e mi rammaricavo per la frivolezza e la banalità delle melodie e dei testi. Rime scontate, costruzioni sintattiche abusate (”io o “mio” alla fine di un verso mi sembrano sempre il lampante segnale di una mediocre vena compositiva... Non potrò scordarti io... Tu che sei l'amore mio...), prevedibilità di accordi e ritornelli. Tra l'altro una delle canzoni in questione, scritta da un uomo ma cantata da una donna, aveva evidenti problemi di rime e di concetto, poiché i maschili erano stati tutti trasformati in femminili e pertanto decadevano le assonanze con le parole terminanti in “o” (Cercavo... Brava...). Ora, non che il cantante in questione fosse mai stato particolarmente ricercato nell'impostazione, ma mi sembrava stesse rasentando bassezze a buon mercato comunque indegne di lui.
Poi lo scorgo in un noto programma televisivo e mi soffermo per vedere se darà spiegazione delle sue opere. L'intervistatrice gli chiede appunto motivo di queste scelte, riportando le sensazioni di molti spettatori che alla fine dei suoi concerti si sentivano, a detta loro, contenti.
E lui dice che negli ultimi anni ha sofferto molto, come non gli era mai capitato prima e ha deciso di non trasformare quel dolore in canzoni drammatiche e pesanti. Ha deciso invece di fare il possibile per produrre contentezza, per rendere felici le persone che lo ascoltano, che lo seguono, che vanno ai suoi concerti. Si è impegnato in una militanza nel tentativo di produrre vitalità.
Allora l'ho capito e mi è stato bene.

lunedì 16 luglio 2012

giovedì 12 luglio 2012


Bernadette's Apt

L'appartamento di Bernadette è al ventunesimo piano del Tudor City South Building, Tudor City, Manhattan. Dalla finestra bohémienne del salotto si coglie nella sua ampiezza l'East River e al di là il Queens. E sporgendosi leggermente compare uno scorcio del palazzo di vetro delle Nazioni Unite.
Nell'edificio c'è tutto. Oltre a un migliaio di appartamenti e alcuni loft (dove hanno girato le scene del laboratorio di Goblin nei recenti lungometraggi di Spiderman), vi sono quattro ascensori (due più lenti e due più veloci), oltre a una hall enorme con tanto di modellino dell'edificio, un portiere in divisa ventiquattr'ore su ventiquattro che ritira per te la posta e ti fa firmare sul pad con la penna elettronica. In ogni piano c'è una stanza nella quale depositare le bottiglie di vetro e dalla quale è possibile gettare la spazzatura, attraverso un apposito scivolo. Al termine del lungo corridoio, proprio accanto alla nostra porta, vi è anche un tubo per la posta che porta le lettere direttamente in portineria.
Al piano terra, sempre dentro l'edificio, vi è un minimarket aperto quasi tutto il giorno gestito da dei fratelli pakistani, un po' scorbutici ma alla fine simpatici. Appena usciti, sulla destra, un piccolo café con quattro tavolino gestito dagli stessi pakistani. I primi giorni quasi non ci notavano, poi dopo una settimana eravamo già a: “Il solito?”
Nei piani sotto la hall c'è una palestra, una sala riunioni da trecento posti e una lavanderia con quaranta lavatrici e dieci asciugatrici. Dalle grandi vetrate si vede il fiume appena al di là della strada.
La casa di Bernadette è piccolina, strapiena di roba (soprattutto quadri e qualunque cosa ricordi Parigi e la Francia) ed è senza cucina. Del resto, come dice lei, i newyorkesi o mangiano fuori o ordinano qualcosa a casa. L'ingresso è tutt'uno con il salotto. C'è un vecchio lavandino di ceramica con il rubinetto in ottone; dev'essere della stessa epoca delle finestre, in ferro e vetro grosso, probabilmente quelle originali degli anni venti.
In camera campeggia un lettone in ferro queen size, parecchio rialzato così sotto può stipare altra roba. Le pareti sono piene di mensole con libri in francese, soprammobili dal sapore europeo e ninnoli vari. Non so come ma ha un suo stile affascinante. È stipato ma con ordine, ogni cosa ha il suo spazio.
Disseminate anche parecchie foto. I suoi genitori. Suo padre, primo newyorkese nero ad essere capo di un dipartimento di vigili del fuoco. Sua madre da giovane, uguale a lei. Bernadette ventenne assieme ad altri ragazzi in una foto in bianco e nero che sembra essere più antica di quello che è. Dal pomello della porta del bagno pende una tavoletta di legno con scritto: occupé.
Grazie al vulcano Eyjafjallajokull possiamo rimanere sei giorni in più.

lunedì 9 luglio 2012

giovedì 5 luglio 2012


Radiatori

Li notai per la prima volta qualche anno fa, in uno scaffale altezza ginocchia al Metà di via Murri. Incuriosito più che altro dalla struttura, ne presi in mano un pacco ed iniziai a immaginare quale genere di arnese o di macchina potesse produrre pasta di quella forma. È facile immaginarsi le penne, le farfalle, i fusilli... Ma i radiatori? Sono come dei sedanini tagliati a metà per il lungo con sopra attaccati dei dischetti di pasta sottile disposti a intervalli regolari. Se fossero grigi sembrerebbero un qualche pezzo di un modellino di automobile radiocomandata. Appoggiati sul lato piatto assomigliano a delle piccole sanguisughe con la corazza; mi aspetto che da un momento all'altro inizino a muoversi. Forse se ne lascio uno all' angolo del tavolo prima di sera avrà raggiunto l'altro lato.
Sono tozzi e raccolgono un sacco di sugo. Cuociono abbastanza in fretta e al dente sono fenomenali. Peccato non li vendano proprio dappertutto. Ma basta cercare un po', guardando più in basso del solito.

lunedì 2 luglio 2012

giovedì 28 giugno 2012


Aspettando Godo

Parto dalla stazione di Porta Nuova rassegnato al fatto che ci vorranno più di sei ore per tornare a casa. Arriverò appena sarà buio e con ogni probabilità avvolto dalla nebbia. Il panorama non aiuta: già ad Alessandria le colline svaniscono e mi immergo nella pianura più liscia, uguale per ore.
Conosco a memoria le stazioni e faccio partire, nella mente, il lento conto alla rovescia dei nomi. Quando arrivo al penultimo mi sento già rilassato, come fossi arrivato. Mi rendo conto in quel momento che non è l’ultima fermata che attendo, ma quella immediatamente prima.
Al momento di ripartire è quella che segna il distacco. Fino a lì mi sto ancora ambientando, piegando la giacca, sistemando lo zaino, rispondendo ai messaggi... Dopo quella soglia inizia il vero viaggio, mi abbandono al ronzio conciliante del vagone e attendo, riprodotta con puntualità, la fredda voce che annuncia l’imminente scalo.
Quando torno è invece il limite che segna la patria, il territorio straniero. Il campo da calcio rinsecchito accanto alla chiesa, il giuggiolo che lascia pendere i frutti oltre lo steccato marrone, sul primo binario. Il controllore che scende e ne ruba un paio, prima di tagliare la bruma con il fischio. Dopo quell’ultima ripartenza mi sgranchisco, mi desto, smetto di fare quello che stavo facendo. Indosso la giacca, raccatto le mie cose, e raggiungo gli altri passeggeri nel vano tra le carrozze, come se in quel modo avvicinassi la meta. Barcollando in piedi, a gambe larghe per non cadere, sento il treno rallentare, in vista del capolinea. Sorrido, penso che presto sarò di nuovo lì. Penso che in realtà io non viaggio aspettando Ravenna. Viaggio aspettando Godo. 

lunedì 25 giugno 2012


Haiku # 6

Solo mezz'occhio
dietro al muro rosa.
Scrocchia il cuore

giovedì 21 giugno 2012


Merigar West

Quando svalichi la collinetta, seguendo la polverosa strada sterrata, ti sembra di aver percorso di colpo migliaia di chilometri ed essere nel cuore dell'Asia.
Una fila di bandiere logore e colorate, appese ai tralicci della luce, introduce allo slargo che funge da parcheggio, ora deserto. Un ragazzo scarmigliato si incammina a piedi verso il paese, mentre le nuvole si ricompattano, adagio. In lontananza si intravede la cupola del Gompa e la punta dorata del Grande Stupa.
Le colline hanno un taglio brusco e inconsueto, molto poco toscano, e lo sperone di roccia sul quale si erge il Tempio della Grande Contemplazione sembra la scenografia di un film di wuxia.
C'è un aria irrequieta, positivamente irrequieta; mistica. Questo luogo non è stato scelto a caso.
Ci avviciniamo cauti, ci viene da stare in silenzio, anche se siamo solo turisti casuali. C’è poca gente, non è settimana di grandi eventi. Sono quasi tutti stranieri ma troviamo un’italiana che ci mostra gli edifici e ci introduce alla storia di quel luogo.
Ci togliamo le scarpe, scivoliamo sul legno e ci lasciamo tranquillizzare dalla grande stanza circolare.
Dopo la visita rimaniamo un po’ seduti sulle panche del camminamento esterno, semplicemente rilassati.
Ci concediamo una tazza di the e una fetta di crostata sotto la tettoia del camioncino-bar. Attendiamo che la pioggia rallenti poi torniamo verso la macchina. Entrambi ci voltiamo verso il complesso di edifici. Sappiamo già che torneremo. Perché una parte di noi è rimasta lì.

lunedì 18 giugno 2012

giovedì 14 giugno 2012


Primo Bacio

Mi sbatte contro il muro, non posso farci niente. Lei è più grande di me, di età e di stazza.
Stavamo giocando a nascondino, con altri ragazzini, era l’ultima sera d’estate. Come al solito ci infiliamo dietro la grande siepe accanto all’ingresso delle scuola, nello stretto spazio che c’è tra le foglie di alloro e la parete sbeccata. La luce biancastra dei lampioni sulla strada filtra appena ma tagliente.
Era una partita come le altre. Corriamo nel buio, ci “taniamo”, facciamo la conta; i genitori ci guardano da lontano mentre sorseggiano un po’ di vino sotto il grande portico della palestra...
Siamo lì, noi due, con la schiena contro il cemento, in attesa. Ci stanno cercando, altri sono già stati scoperti. Respiriamo piano, ci guardiamo, ci scappa un sorriso. Poi, come scaraventato in un tornado, vengo depredato della mia fanciullezza.
Con un movimento rapido e famelico lei mi schiaccia contro il muro con il corpo e appiccica le labbra sulle mie. Non è il mio primo bacio a stampo, anche se non ero mai stato baciato in quel modo, quasi violentato. Il momento sarebbe stato già memorabile così, ma ancora non potevo immaginare. Lei apre la bocca, e costringe anche me a farlo. Impaccio estatico.
Ad un tratto un ragazzino più piccolo si fionda dentro la siepe per non essere visto. Lei si stacca e con due frasi prova a convincerlo ad andare via, che quello non è un buon nascondiglio. Lui annuisce e se ne va, abbastanza persuaso.
Io non ho tempo di parlare né di riprendermi che lei riattacca, più vorticosa di prima. Allunga anche qualche mano e io non so davvero che fare. Dura qualche minuto poi ci tocca sbucare dalla siepe. Ci stanno cercando tutti.
Più tardi, in macchina, non dico una parola e guardo nostalgico fuori dal vetro, seduto sul sedile posteriore della opel kadett.
Tutto bene? Sì.
Non ti ho mai più rivista, Primo Bacio. 

lunedì 11 giugno 2012

giovedì 7 giugno 2012


Aquiloni

Cielo gonfio di nubi paffute, sembra mare. La gente con la testa all'indietro attende. Si alzano due aquiloni, guidati da fili invisibili. Raffigurano due volti, un uomo e una donna, dipinti con un tratto asiatico, essenziale e colorato. Danzano in aria, seguendo la musica del sitar, si rincorrono, si allontanano, si riavvicinano, come si corteggiassero. Ad un tratto giunge un altro aquilone, molto più grande, raffigurante un demone orientale, con fauci digrignate e fiamme attorno alla testa. Si intromette trai due, li tiene separati. I tre vengono circondati da una dozzina di aquiloni più piccoli, sinuosi e neri, sembrano serpenti e strisciano nell'aria famelici.
La musica cambia, racconta di eroi. Lentamente, una alla volta, salgono aquiloni bianchi dotati di più code. Come tante meduse, ma più altezzose, si stagliano contro il grigio scuro, occupano il cielo e si preparano allo scontro.
Iniziano a lottare contro gli spiriti oscuri e si esibiscono in spirali vertiginose. Intanto il demone si muove in mezzo a loro, sembra incitarli.
Qualche medusa bianca si stacca, sconfitta, e vola in alto, per mai più ritornare. Anche qualche serpente nero viene sovrastato e abbandona il filo per svanire contro il cielo scialbo. Ma sono in troppi.
Lo scontro sembra terminato quando giunge un altro, enorme aquilone, anch'esso raffigurante un demone, ma questa volta ha qualcosa di benigno. I suoi occhi sono grandi e compassionevoli; la sua criniera è celeste. Si lancia contro il rivale, l'uomo e la donna si appartano ed assistono al duello. Intanto meduse e serpenti continuano nello scontro e il grigio viene mitigato da tagli di colore rapidissimi.
La musica giunge al culmine, poi ha un sussulto. Il demone malvagio si accascia e spira lentamente verso il suolo. I serpenti fuggono alla rinfusa mentre le meduse si accostano allo spirito salvatore. L'uomo e la donna possono dunque riunirsi, e volare insieme, prima che inizi a piovere. 

lunedì 4 giugno 2012

giovedì 31 maggio 2012

Intervista a Darth Vader (e R2D2)
scritta con Roby Rani

Tratto da "Ehi, tu?! Ravénnati" n.01

Salve Signor Vader, posso chiamarla Darth?
No.

Ma i suoi amici come la chiamano?
Lord Vader. E poi non ho amici.

Cosa fa in Romagna?
Non so di preciso. La conquisterò, credo.

È qui per conquistarci?
O distruggervi, devo ancora decidere.

E con quale esercito, mi scusi?
Non c'è bisogno di nessun esercito. È sufficiente la Forza.

Niente spada laser?
È scarica... Fa solo rumore ma non si illumina più. Maledette batterie al litio...

Mentre la ricarica ci dica: conosce per caso la nostra associazione?
Siete Ribelli? Maledetta feccia ribelle!

No, è un'associazione culturale. Ci occupiamo di teatro, comicità, spettacoli, cose così.
E come vi chiamate?

Zero Cinque Quarto Atto
Sembra il nome di un Droide Protocollare.

Senta ma lei ha mai visto uno spettacolo di improvvisazione teatrale?
Sì, una volta ho visto un Imprò. Ravenna contro Padova.

E chi vinse?
Io.

Capisco... E si è divertito?
Purtroppo sì. Come hai detto che vi chiamate? Zero Cinque Forza Quattro?

No è...
Mi stai per contraddire?

No in effetti suona meglio cambiamo subito.
Abbiamo ancora poco tempo. Posso chiederle se verrà alla Maratona di Improvvisazione teatrale il 23 giugno?
Una Maratona? Notevole…..veramente Notevole, sento con l’imperatore se posso prendere ferie.

Allora possiamo segnarla tra gli ospiti, mettere la sua foto nei manifesti?
No, vengo male nelle foto. Sempre la stessa espressione.

Già... Direi che non ho più domande. Vuole aggiungere qualcosa?
Certo, Luke.

Non sono Luke.
Sono tuo padre.

Ma non sono Luke!
Mi stai per contraddire?

No….papà
Mi hai deluso per l'ultima volta ammiraglio!

non sono un ammiraglio…Papà!
Trovo insopportabile la tua mancanza di fede.

Grazie, arrivederci.
Abbiamo già finito?

Sì, dobbiamo intervistare R2D2.
Capisco...

Signor R2D2 lei ha mai visto uno spettacolo di improvvisazione teatrale?
Bip bip, sding, prrr, da-daa, pli du wi.

Ahaha! Ma che storia!

lunedì 28 maggio 2012

giovedì 24 maggio 2012

Il discorso di Benigni
(tratto da Ravenna, finalmente!, Fernandel, 2011)

[...]
Quando il calderone assordante si placò, Benigni prese il microfono e si sporse verso la folla, a pochi centimetri dal bordo del palco.
«Vi chiedo scusa per l’attesa» disse. L’accento aretino, inconfondibile, era solo leggermente impastato dagli anni. Le “c” aspirate e le “s” ruvide risuonavano musicali dagli altoparlanti. «Ma volevo salire lassopra per gustarmi lo spettacolo. Mi volevano fa’ stare in camerino fino all’ultimo, ma nun ci so’ riusciti!». Un applauso fragoroso e risate copiose scoppiarono tra la folla.
«Mi spiace se vi ho fatto un po’ dannare ma proprio ‘un resistevo. Sicché son salito sui merli e vi ho guardato dall’alto. Mammina come eravate belli! Cioè anche da quaggiù non siete niente male ma da lassù si percepiva proprio un respiro unico, come una creatura fatta di mille occhi e mille braccia... Ora, noi si è qui, stasera, per parlare di un po’ di cosucce, cose grandi ma anche cose piccine, che insomma ci riguardano. Be’, vi devo dire però che tutte queste cose scritte e dette non potrebbero descrivere quello che provavo io quand’ero lassopra a guardarvi. Ma una gioia, una felicità, ero proprio tutto pervaso da questa contentezza di vedere tante persone assieme festeggiare e dare inizio a qualcosa di meraviglioso. Guardate, sono ancora qui con la pelle d’oca… Be’, ora basta però sennò si fa gli sdolcinati e si sviolina che poi sembra che la Sindaca ci abbia pagato per parlar bene di Ravenna.»
Il pubblico rise e tornò ad applaudire mentre Benigni si asciugava la fronte con un fazzoletto tricolore. «Grazie, grazie... Bene, ora, proprio così pe' cominciare, vorrei parlarvi di un signore, un signore inglese che visitò questa città alcuni secoli or sono. Questo signore, che si chiamava Oscar, come Oscar Wilde, e infatti era lui, aveva viaggiato un po’ per l’Italia, e ne aveva viste di cose maestose e incredibili, poi risalì fino a Ravenna. Arrivò a cavallo, una sera d’estate verso il tramonto, un po’ come s’è fatto noi ier sera. Bene, quando arrivò fu talmente emozionato che, lì per lì non riuscì a scrivere nulla, ma quando tornò in patria, circa un anno più tardi, compose una lunga poesia, con la quale vinse anche un premio… Ci mise un anno per farla anche perché, sapete, quando le emozioni sono troppo forti non è un bene mettersi a scrivere. Bisogna farle sedimentare, lasciarle stare per un po’, e poi quando ce le si è quasi dimenticate, bisogna lasciarle uscire tutte d’un botto e dirle a tutti! Ecco, Oscar Wilde le ha fatte uscire è ha scritto una poesia, che fa più o meno così: sento la nostalgia del passato... No scherzo, scherzo! Siamo seri... oh, noi la si è tradotta dall'inglese, però fa più o meno così: Un anno fa respiravo l’aria italiana... Poi dice altre cose e poco dopo continua dicendo: Oh, come il mio cuore arse di fanciullesca passione / Quando lontano oltre falaschi e stagno / Vidi quella Città Santa ergersi netta / Coronata della sua corona di torri! Avanti e avanti / Galoppai, in gara contro il sole calante / E prima che l’ultimo bagliore vermiglio fosse trascorso / fui entro le mura di Ravenna finalmente!»
La folla applaudì composta e brevemente. Benigni riprese a parlare sugli ultimi batter di mani.
«Ravenna capitale europea della cultura» disse, calcando minuziosamente ogni parola. «Ci avreste mai creduto? Eh? La signora qui in prima fila fa no con la testa. E, vi dico un segreto, basta che non lo diciate in giro, tanto qui siamo tra pochi amici, si fa pe’ scherzare. Ma vi devo dire, che anche la Sindaca, me l’ha detto proprio ieri sera quando so’ arrivato, che ‘un ci credeva nemmeno lei! Dice… Sindaco, oh, si fa pe’ scherzare! Dice, mi ha detto: ci avessi dovuto scommettere sei o sette anni fa avrei detto mai al mondo! E mica me l’ha detto solo lei! Ora, io sono venuto a Ravenna per girare un filmetto quasi trent'anni fa, la signora qui davanti fa con la testa, si ricorda… Ed era un po’ che non ci tornavo. Ma devo dire che, insomma, è sempre uno splendore! Ravenna è stata tre volte capitale, non capita mica a tutte le città! Ad esempio Castiglion Fiorentino, da dove vengo io, non è mai stata capitale di niente…Eh! Qua invece, imperatori, re, esarchi, vi hanno dedicato delle parole stupende non solo Dante ma anche Byron, Oscar Widle lo abbiamo detto, D’Annunzio, Montale, insomma! Questo pe’ dire che in passato qualcuno ci ha creduto, è rimasto colpito e affascinato da Ravenna… Perciò ora tocca affascinarsi di nuovo, crederci di nuovo. Non si vorrà mica deludere l’Europa! Che poi non ci danno più i fondi pe’ salvare il Governo, e l’è un casino…Signora lei adesso ci crede? Fa così così con la mano… E voi ci credete? Ci credete o no?»
Un urlo salì dalla folla che fino a quel momento aveva ascoltato, in religioso silenzio.
«E voi? Ci credete o no...?»

lunedì 21 maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012


Nobumoto e il ventaglio


Nobumoto Kasuramigawa sedeva, assorto, nel Patio delle Allodole, assaporando il tepore del sole pomeridiano. Il solletico delle venature del legno sotto i piedi nudi gli risultava piacevole ed era la sensazione tangibile dei rari momenti di riposo che poteva concedersi lontano dal palazzo. Quando rimaneva per ore negli alloggi della corte a colloquiare con i dignitari o a redigere missive, ogni tanto si distraeva, cercando di ricordare quella sensazione sotto i piedi. Senza accorgersene li muoveva leggermente, facendoli scivolare sui geta di legno di kiri, ma le calzature gli impedivano di percepirne la superficie leggermente ruvida. Non sopportava di indossare i tabi in estate, ma l’Imperatore non tollerava i piedi scoperti, nemmeno per gli uomini.
Ad un tratto la quiete del parco venne interrotta da rapidi passi sul sentiero di ghiaia.
Senza scomporsi, Nobumoto aprì gli occhi e voltò adagio il capo alla propria destra. Un ragazzo, che egli conosceva bene, si stava avvicinando a lui, visibilmente timoroso ma eccitato.
«Perdonate, Nobumoto-sama.» disse il ragazzo, esibendo un sentito inchino, più ampio del necessario.
«Ti sei già perdonato da solo, interrompendo il mio ozio.» disse Nobumoto.
Il ragazzo alzò il capo, mortificato. Ma l’uomo gli stava sorridendo.
«Dimmi, cosa ti turba, kotaishi?» gli chiese.
«Ho un certo imbarazzo a rivelarvelo, Nobu-sama.»
«Ha a che fare con una fanciulla?»
«Come lo avete capito?»
«Da giorni ti vedo irrequieto e alla tua età un simile stato d'animo può essere dovuto a poche cose.»
«Avete ragione, Nobu-sama...»
«Tuttavia» disse il dignitario, interrompendo il ragazzo «Sei ancora troppo giovane per arrovellarti in certe questioni. Quando avrai compiuto il tuo gempukku potrai dedicarti alle faccende degli adulti.»
Il ragazzo rimase per qualche istante in silenzio, inibito ma deciso a non darsi per vinto.
«Ma l'amore non può essere solo per gli adulti.» disse infine.
«Vero, ma devi imparare a comprenderlo, kotaishi.»
Il ragazzo si fece nuovamente taciturno, intento a riordinare i pensieri.
«Ad ogni modo io provo simpatia per una persona e vorrei farglielo sapere.»
«Allora diglielo.»
«Ma ne ho timore.»
«Dunque scrivile.»
Il ragazzo parve illuminato.
«Comporrò un tanka!» esclamò.
«Mi sembra appropriato. E glielo reciterai?»
«Oh, certo che no... Glielo farò recapitare.»
«Non mi pare che così facendo tu possa dimostrare in giusta misura l'affetto che dici di provare.»
«Cosa mi suggerite dunque, Nobu-sama?»
«Quanto meno di trovare un modo insolito per farglielo avere.»
Il ragazzo si rimise a pensare, fissando gli alberi alle spalle di Nobumoto.
«Potrei scriverlo su un pezzo di carta e nasconderlo in uno dei suoi ventagli. Anzi, lo scriverò direttamente su un ventaglio e glielo regalerò!»
«Non state considerando una cosa. Un ventaglio non è sufficiente a contenere tutte le sillabe di un tanka. Ad esempio, il ventaglio che indossate ora quante pieghe ha?»
Il ragazzo estrasse il ventaglio dalla cintura e lo spalancò, iniziando a contare le stecche.
«Diciassette.» disse.
«Allora dovrai scrivere un componimento di diciassette sillabe.» disse Nobumoto.
«Non esiste nulla del genere, sama.»
«Allora lo inventerai per l'occasione. E se ti riuscirà dovrai anche dargli un nome.»
«Diciassette sillabe.. Un numero assai esiguo per esprimere ciò che sento.» osservò il ragazzo.
«La via del samurai sta nella brevità.»
A quelle parole il ragazzo si inchinò.
«Grazie per i vostri consigli, Nobu-sama. Ora devo rientrare a palazzo. Mio padre mi starà cercando.»
«Non devi ringraziarmi, kotaishi. Io sono vostro umile servitore.»
Il ragazzo fece un altro inchino e si voltò, per allontanarsi.
«Soddifsa una mia ultima curiosità.» disse Nobumoto.
Il ragazzo interruppe il movimento e si rivolse nuovamente al dignitario.
«Ditemi, Nobu-sama.»
«Qual è il suo nome?»
«Haiku.» rispose il ragazzo.

lunedì 14 maggio 2012


Bietole


Tocca a te. Ti alzi dalle due assi di legno inchiodate ai piedi arrugginiti e ti scrolli di dosso un finto riposo di mezz'ora. Ti godi ancora per poco il ronzio ovattato, guardi fuori dal vetro lercio per capire quanto manca all'alba.
Indossi il giaccone, ti rimetti i guanti bagnati e il casco e ti avventi sulla maniglia scassata che cigola e spalanca la porta verso l'umido e il rumore. Il tuo socio ti percepisce muoverti nella penombra arancione e si prepara a lasciarti il posto. Tu gli dai una pacca sulla spalla mentre lui ti scivola accanto, per andare a far finta di riposarsi sulle assi che gli hai tenuto in caldo.
Con un paio di occhiate ti rendi conto della situazione. Il mucchio di bietole di sinistra è quasi finito, a breve attaccherai quello di destra. Lo staker a ore otto presto riempirà l'ultima piazzola e ricomincerà il giro. Bisogna fare in fretta.
Il semaforo verde smeraldo brucia la nebbia sottile e non lascia tregua. Ugelli aperti al massimo, spingarda elettrica e manuale in funzione. La prima attacca la gigantesca montagna di tuberi dal basso, sparando acqua scura sul cemento e creando un turbine arcuato che lentamente erode la base, trascinando con sé ogni cosa verso la canaletta centrale. La seconda lavora di fino, andando a colpire le biete un po' più vicino, per sbloccare la terra e aumentare la spinta dell'acqua.
Con piccole correzioni dei pulsanti e del manubrio in meno di un'ora svuoti anche questa piazzola. Il tuo compare non ti ha dato il cambio perché ora lavorate entrambi. Produzione al massimo, addio turni. In piedi svegli fino all'alba.
Quando il getto non ci arriva più chiudi tutto, ti imbraghi e fai un cenno al tuo socio. Entri nella piazzola, stivali e badile, e vai a prendere le ultime biete incollate negli angoli. La vanga scivola sul cemento umido, in parte scorticato, come la pala di un pizzaiolo. Appena le tocchi saltano via e la pendenza le trascina sino alla buca, quasi in fila. Sembrano sassi lanciati sul ghiaccio da un giocatore di curling.
Ce ne sono alcune in fondo, potresti lasciarle anche lì, tanto tra poco ne arriveranno altre, ma ti piacciono i lavori precisi. Allunghi il badile e le catturi come ratti giganti; con un calcio dosato le mandi a far sponda contro il muretto e roteando cadono nella canaletta, per pochi centimetri. Pennellata.
Esci dalla piazzola, appendi l'imbragatura, apri le spingarde per un'ultima lucidata. Richiudi tutto, la piazzola è come nuova. Fai cenno allo stakerista che può iniziare a ributtarle lì dentro.
E mentre ti sposti verso la successiva montagna senti il rullio crescere e avvicinarsi. Con il tempo ci fai l'abitudine; con il tempo diventa quasi rassicurante.


giovedì 10 maggio 2012


Le conseguenze delle more (seconda parte)


(...continua)

Senti” gli risponde, facendo un passo verso di lui “Ho capito come fai tu, sai.” Il Morgus rimane di sasso. “So che potevi prendermi e mangiarmi l’altra volta, ma non l’hai voluto fare. Ora, io penso che tu sei buono, anche se mi hai quasi tolto un dito. L’ho visto che eri dispiaciuto per quello che avevi fatto.”
A questo punto il Morgus deve almeno tentare di difendere il suo onore. Lui buono?! Speriamo che non ci siano leprecauni nelle vicinanze, pensa, sennò sai che figura!
Io non sono buono ragazzino! Se non ti ho pappato per cena è solo perché ho già tanti di quei mocciosi da mangiare che non so che farmene di te!”
Ma se sono mesi che non prendi più nessuno!” dice il ragazzino. “Guarda che lo so che non te la passi bene.”
E a te cosa importa?” gli dice il Morgus.
In realtà nulla, anzi, sono contento.”
E allora perché sei qui? Cosa vuoi da me?”
Beh, vedi, un motivo ci sarebbe…”
Avanti, non farmi perdere la pazienza che sennò poi è la volta che ti mangio davvero!”
Ecco, vedi, la settimana prossima c’è una gara di torte in città. È una cosa molto importante. Al vincitore andrà un sacco pieno di monete d’oro. La mamma ed io abbiamo lavorato tanto per questa gara, però ci manca ancora qualcosa.”
Che cosa?” chiede il Morgus.
La mia mamma fa la migliore crostata di more delle Sette Valli. Però questa volta deve fare qualcosa di veramente speciale se vogliamo avere qualche possibilità di vincere. Ecco, io sono qui per chiederti di poter prendere un po’ delle more che sono dalla tua parte. Sono certamente le più grosse e le più succose che io abbia mai visto. Mia madre mi picchierebbe se sapesse che sono tornato qui, ma io ho pensato che forse potevo convincerti ad aiutarmi.”
E dimmi, perché mai dovrei aiutarti?” chiede allora il Morgus.
Il ragazzino risponde prontamente, come se si aspettasse quella domanda.
A te non piace la carne umana, vero?” dice “No sai, perché ho visto che l’altro giorno dopo che mi hai morso hai sputato tutto e hai fatto una faccia davvero schifata.”
Il Morgus prova un po’ di vergogna. Quel ragazzino è proprio sveglio. Deve stare attento, ci vuole prudenza.
In effetti è così…”
Immaginavo. E allora mi sono chiesto: se il Morgus, che è famoso per mangiare, i bambini in realtà non li mangia, di cosa si nutre?”
Speriamo davvero che in giro non ci siano fatine o coccinelle pettegole, pensa il Morgus.
Criceti, cavallette, serpenti, dipende da quello che trovo…”
Mmm, capisco. Immagino non debba essere un gran ché.”
In effetti no, ma sempre meglio di voi umani.”
Beh, vedi, io potrei risolvere questo tuo problema.”
E come?”
Beh, potrei portarti un po’ delle cose buone che prepara la mia mamma, così non dovresti più cacciare quei poveri animaletti.”
Il Morgus è estremamente indeciso. La proposta sembra allettante, ma di sicuro c’è qualcosa sotto. E poi come spiegarlo a sua madre? Come dirle che è sceso a patti con gli umani, gli stessi che gli hanno ucciso il padre?
Chi mi dice che manterrai la promessa?” chiede allora al bambino. “E cosa dirai a tua madre?” A giudicare dalla sua espressione era chiaro che a questo il ragazzino non aveva pensato. “Le madri non ci cascano facilmente, sai.” Prosegue il Morgus.
Anche tu hai una madre?” chiede il ragazzino.
Sì, ce l’ho. E neanche lei vorrebbe fossi qui a parlare con te.”
Il ragazzino ci pensa un po’ su poi dice: “Beh, potremmo farle incontrare allora, così tutto si potrebbe chiarire.”
Ma sei matto? Io sono il Morgus! Non è possibile, insomma... Non è possibile!”
Perché? In fondo le nostre mamme hanno le stesse paure. Se si parlassero sarebbero più tranquille e tutti e due risolveremmo i nostri problemi. Io avrei le mie more e tu i tuoi manicaretti.”
Ma non si è mai vista una cosa del genere! E poi mia madre odia gli esseri umani. Cioè, le piacciono molto, ma solo da mangiare. Credimi, è una cosa senza senso!”
Io dico invece che dovremmo provare. Facciamo così: io ora devo andare, al villaggio si staranno chiedendo che fine ho fatto. Domattina verrò qua con mia mamma. Tu porta la tua e vedrai che tutto si sistemerà.” E così dicendo il ragazzino scappa via, mentre il Morgus rimane a bocca aperta, al limitare della zona d’ombra. Non si capacita di come possa essere finito in un pasticcio simile. Si dice di lasciar perdere, che potrebbe essere una trappola. Degli umani non ci si può fidare.
Poi il pensiero di un'altra manciata di scarafaggi nello stomaco risveglia in lui un flebile desiderio di cambiamento.

È oramai il tramonto quando il Morgus fa ritorno alla sua tana. Sulla soglia della caverna ha il cuore in subbuglio; non sa come spiegare alla madre il suo strampalato progetto. Ma si fa coraggio e le si avvicina, dicendo: “Mamma, ho da dirti una cosa…”
La madre del Morgus si volta, appare furiosa. Puntandolo con gli artigli dice: “So già tutto. Il bosco ha occhi e orecchie! Perciò stammi bene a sentire, perché sono io che devo dirti una cosa.”
Il Morgus non osa fiatare. La madre lo fissa con gli occhi iniettati di giallo mentre le sue zanne sfregano contro il palato. Non riesce più a trattenersi, la cosa le pesa troppo.
Vedi, figliolo...” la sua voce si attenua, il muso si rilassa “Neanche a me piacciono i bambini.”

lunedì 7 maggio 2012


Le conseguenze delle more (prima parte)

Il sentiero che da Buonconvento porta a Montenero è prima tutto in discesa e poi tutto in salita. A metà, proprio dove cambia la pendenza, si trova il Leccio del Morto, che si chiama così perché una volta ci hanno impiccato un brigante.
Ai bambini del paese è vietato superare quell’albero, perché sanno che al di là si trova il Morgus, che se ti prende non torni a casa mai più. Ma, come sempre accade, i ragazzini non perdono occasione per trasgredire le leggi dei grandi. Spesso infatti si recano al Leccio del Morto e fanno a gara a chi riesce a cogliere le enormi more che vi crescono poco oltre.
Il Morgus lo sa bene e ogni giorno si alza di buon’ora e si incammina giù per la collina nella speranza che qualche mocciosetto sia in vena di spavalderie. E anche quella mattina, come tutte le altre, mentre l’alba ancora tarda a farsi annunciare, il Morgus esce dal suo rifugio, viscido e spettrale.
Poco prima di imboccare il sentiero tra gli abeti oramai spogli viene raggiunto da una vociaccia stridula che gli urla: “Ti sei ricordato di prendere due topi per la merenda?!”
Il Morgus odia quando sua madre fa così.
Sì, mamma… li ho presi...”
Almeno evitasse di farlo ad alta voce, che poi tutti i troll e gli gnomi del bosco lo prendono in giro e pensano che sia uno stupido. Ma lui non è uno stupido, tutt’altro! È che è molto difficile catturare quei piccoli bastardi. Il fatto è che, beh, a lui i bambini non sono mai piaciuti! Quando suo padre glieli faceva mangiare per forza, da piccolo, lui faceva una gran fatica. Doveva mangiarci dietro una mezza vipera arrosto e almeno una dozzina di pigne secche per riuscire a mandarli giù. E ora che suo padre è morto, ucciso dai cacciatori del villaggio, tocca a lui fare da Morgus e andare tutti i giorni a caccia di bambini. Di fatto però non ne ha mai preso nessuno. Anche quando avrebbe avuto l’occasione, si è sempre limitato a spaventarli o tutt’al più a graffiarli. Non è per pietà o mancanza di cattiveria che non li cattura. È che proprio non tollera il loro sapore! Questo certo alla madre non può dirlo, e ogni volta inventa scuse e torna a casa con un mazzo di topi o magari di gatti screziati. E ogni volta la madre lo rimprovera duramente e lo rispedisce al suo dovere.
Pertanto anche quel giorno è costretto a scendere a valle, alla ricerca di un pasto da rimediare.
Giunto nei pressi del Leccio, vede un ragazzino dai capelli rossi che sta fermo a braccia conserte e scruta il bosco davanti a sé. Ma quello è il bamboccio al quale ho quasi staccato un dito l’altro giorno, pensa il Morgus. Allora gli si avvicina, nascosto tra i cespugli, per cercare di spaventarlo e farlo scappare. D’un tratto balza fuori e gli grida: “Che ci fai qui, moccioso?! Vuoi che ti mangi tutta la mano questa volta?!” Il ragazzino però appare per nulla scosso. Anzi, sembra addirittura annoiato.


(continua...)